Etichettato: truestory

a volte ritornano

a volte ritornano, e a volte ritorno anch’io.
dopo lunghissima assenza nella postizzazione vera e propria del mio bellissimo blog (ammettiamolo tutti, dai, con queste nuove pagine inserite, il mio figlioletto diventa sempre più bello. e io sono tanto orgogliosa di lui!) (fine momento di autosbrodolo, promesso), eccomi qui a delirare di nuovo per la vostra sola e unica gioia.

occhei, dai.
lo so. i blog si scrivono quasi esclusivamente per un bisogno più che egoistico di autocelebrarsi ed esprimersi quando si deve per forza condividere cose di cui, per la maggior parte dei casi, a nessuno frega una beneamata.
ebbene.
per un po’ ho cercato di parlare anche di argomenti che potrebbero interessare più persone, che esclusivamente la qui presente vostra umile e affezionatissima (cit.).
insomma, vi ho fatto una bella testa con una serie di scritti e recensioni sui libri et similia.
e continuerò a farlo, ovviamente.

però, ecco.
mi sembrava il caso di rimarcare la mia presenza attiva qui sopra perché è anche giusto dare un po’ di spazio alle solite caspiate di cui tanto mi piace chiacchierare insieme a voi.
e quindi, eccomi qua.

a parlare per l’ennesima volta di cambiamento.
che è un argomento piuttosto trattato, in queste pagine.
però è sempre bene rifletterci, su come e quanto cambi la vita da un mese all’altro. da un giorno all’altro. a volte anche da un momento all’altro.

da un po’ di tempo mi sono accorta di non essere più la stessa di prima.
oh, intendiamoci: io rimango sempre la solita tonta rimbambita che fa e scrive cavolate.
però, ecco. certamente sarà capitato anche a voi.
quella strana sensazione di alzarvi una mattina, passare davanti allo specchio e accorgervi che qualcosa è diverso.
magari una piccola ruga in più nell’espressione, o una consapevolezza diversa del proprio essere.
insomma, tu stai sempre lì, non è che vai chissà dove e fai chissà cosa. però succede di tutto e in certi momenti ti senti di non riuscire a stare dietro proprio a ogni cosa.
e allora ti perdi il blog, per scrivere altre cose.
ti perdi le altre cose da scrivere per stare dietro al lavoro.
ti perdi il lavoro e così una parte della tua testa che per un momento si frantuma per andare nel panico più totale.

dai, sfido chiunque si sia trovato di fronte a una perdita imprevista dello stipendio, a non aver perso anche un po’ la bussola.
insomma, quelle cose lì che oggi sono all’ordine del giorno.
è chiaro, che poi per affrontarle ci vuole sempre il solito sangue freddo e la solita dose massiccia di positività.
ma può succedere di perderlo il sangue freddo. e anche la positività.
e un po’ ci si deprime, si pensa che potremmo non farcela mai.
passato quel momento, magari riesci pure a trovarlo uno straccio di impiego.
e allora a quel punto ti fermi a pensare.
perché certo, ti sei sbattuto per giorni e giorni, mandando miliardi su miliardi di curriculum.
hai fatto un numero imprecisato di colloqui.
poi qualcosa ha voluto che decidessero di prenderti.
ed eccoti qui a fare l’operatrice di call center.
ancora.
dai, vabbè. alla fine sono sempre soldi.
ed è un lavoro dignitoso. come dicono i maligni (sì, siete maligni. perché l’operatrice di call center in assistenza clienti, è un lavoro come un altro. come il netturbino. come il bidello. come la colf. c’è qualcosa di così terribile?)

però poi, seduto nell’ufficio vicino ad altri 100 e più colleghi, ti fermi a pensare.
io ho studiato, cazzo.
ho studiato per fare tutt’altro e invece sono qui a rispondere alla gente che venderebbe sua madre per non pagare le bollette.
niente che abbia a che fare con la mia laurea.
sì, la laurea.
quella cosa utilissima per fungere da carta igienica.
manco ce l’ho, il loro pezzo di carta. gliel’ho lasciato negli uffici della maledetta burocrazia universitaria. che ci facciano quello che vogliono.
ecco.

però, dopo la rabbia, sapete cosa subentra?
non la rassegnazione, no.
perché, in fondo, c’è qualcosa che nessuno mai potrà toglierti.
ed è la tua voglia di fare.
io ho voglia di fare un sacco di cose, e ringraziando me stessa, e quelli che me ne danno la possibilità, le faccio.
non vedo un centesimo, no.
ma in fondo dei soldi che mi diano da mangiare ce li ho. e anche persone che mi danno una mano, se ne ho bisogno, per fortuna.
quindi eccomi qua a scrivere.
è vero che certe volte ti frustra pensare che forse il tuo lavoro non lo noterà mai nessuno.
ma lo stai facendo per te.
per te e quelle persone che ti seguono.
se non è un bel modo di essere ripagati questo, cosa lo è, allora?

dunque, vicino a più di 100 colleghi, penso che fare l’operatrice di call center è un lavoro dignitoso, come dite voi, sì.
però almeno io il coraggio delle mie scelte ce l’ho sempre avuto.
e non ritornerei indietro per niente al mondo.
e certo, ho accettato quello che c’era.
però ho ancora il modo di fare quello che mi piace.
e ci riesco.
e in culo a tutti quelli che non hanno voglia di fare un cazzo, e non fanno che lamentarsi.

Tuna su #anewhopewebzine !

se volete leggere ma non avete niente da leggere, questa è la rubrica che si prende cura di voi!

A BOOK A WEEK MAKES YOU LESS SICK

Una recensione a settimana
Un libro a settimana
Consigli di lettura per i buongustai

vi piace leggere?
non vi piace?
siete curiosi?
semplicemente non avete una beata da fare?

BENE!

questo è il posto che cercavate. da sempre.

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io sono lì, non aspetto che voi!

tutti i martedì!

questa settimana 

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La Leggenda del Cacciatore di Vampiri di Seth Grahame Smith

 

per seguire la rubrica: fate click sul tastino “A book a week makes you less sick” che trovate proprio qui sopra, sotto il titolo del blog.

mi piacerebbe veramente.

Mi piacerebbe veramente lavorare in un posto dove ogni tanto si ricordino di dirti che hai fatto bene il tuo lavoro.
ma solo se fai le cose nel modo giusto e non crei problemi a nessuno.
e non sempre. solo quando è proprio vero.
dove se sbagli te lo vengono a dire spiegandoti perché.
dove sapessero che le critiche servono a migliorarsi, non a devastarti e a farti sentire una merda perché hai sbagliato.

mi piacerebbe veramente lavorare in un posto dove si ricordassero di insegnarmi “come si fanno” le cose che non conosco.
dove non mi gettino in pasto a tutti senza avermi detto niente.
dove non diano per scontato che avere un metodo è la cosa più semplice del mondo, perché non è così.
dove non mi facciano credere che quello che faccio io lo può fare anche una scimmia perché, beh, semplicemente non basta una scimmia, per certe cose.

mi piacerebbe veramente lavorare in un posto dove la filosofia non sia “ti spaventiamo a morte così hai paura di noi”.
io lo so che devo produrre il più possibile, non è necessario puntarmi la pistola alla tempia.

mi piacerebbe veramente smettere di pensare tutte queste cose.

è vero che ogni posto di lavoro è difficile.
è vero che in ogni posto di lavoro trovi sempre qualcuno che ti spinge di sotto, piuttosto che aiutarti a rimanere attaccato al cornicione.
è vero che il “principale” se non è cattivo non è un capo vero.
è vero che nessun posto è semplice.

ma io non voglio un posto semplice.

in realtà, mi piacerebbe veramente lavorare. punto.

“Luke, sono tua madre. Luke, anche tu dovrai dimagrire!”

oggi vorrei parlare di un problema che affligge l’umanità.

LA DIETA.

la dieta è quella cosa che ti fa dimagrire.
(in realtà la dieta è quella cosa che rappresenta il modo in cui ci nutriamo. la dieta che fa dimagrire si chiama “dieta dimagrante”, ma universalmente -e ignorantemente- quando si dice “dieta” si sottintende quella che fa dimagrire. quindi io scrivo dieta e basta, e così capiamo tutti. ciao)
e fin qui, siamo tutti d’accordo, no?

ecco.

non so, però, se vi siete mai resi conto di quale PIAGA, la dieta, sia.
al confronto, l’invasione delle cavallette e la morte di tutti i primogeniti d’Egitto, è uno scherzetto che fa ridere.
vi spiego immediatamente.

la maggior parte delle donne dei paesi sviluppati (-economicamente, ma anche detti “psicologicamente sottosviluppati”), ha il mito (ma soprattutto: la fissazione) del corpo perfetto.
la magrezza come obiettivo principe della propria esistenza.
il fisico tonico e scolpito come fine ultimo di tutti i propri sforzi.
e tutto questo perché?
perché ci hanno insegnato che “magro è bello”, piace agli uomini e fa fiche le donne.
mentre cicciottello è bruttino, non arrapa nessuno e le flaccidità sono un orrore da non guardare nemmeno da lontano.

quindi, per intenderci: la velina col capello lungo, liscio e brillante; la tetta in gola; la chiappa tonda che si tiene a metà schiena; la coscia secca, talmente secca che potrebbe essere utile per stuzzicarsi i denti; il ventre piatto e scolpito, che volendo rientra un poco in dentro; il braccino muscolosetto e il sorriso di ghiaccio, è l’ideale della nostra bellezza.
poi magari dentro al cranio ci trovi solo farfallette della farina e vento dell’ovest, ma questo non conta.
la taglia 44 è considerata TAGLIA FORTE.
perciò: SCHIFO la coscia un po’ più tornita; ORRORE il culotto che spunta un po’ più in fuori; PIETÀ per i fianchi larghi; VOMITO sui ciccini laterali; BRIVIDO per le tette un po’ più piccine di una quarta; VERGOGNA per il filino di doppio mento se tiri indietro la testa; SDEGNO per la panzetta rotondetta e TRAGEDIA sui capelli un minimo naturali.

per questo, tutte le donne, oggi, fanno LA DIETA.
perché sono terrorizzate dal diventare una TAGLIA FORTE, la TAGLIA 44!
nel mio mondo la taglia 44 è uno dei migliori traguardi che io sia riuscita a raggiungere.
nel mio mondo, la taglia 44 e già magrezza e benessere.
nel mio mondo la taglia 44 è felicità e gioia di vivere.
ma evidentemente io vivo in un mondo tutto sbagliato.

bisogna essere TUTTE una taglia 38.
non 42. manco 40 (che non sia mai!). 38 dobbiamo essere.
possibilmente anche 36.

ecco. io trovo tutto questo un filino sbagliato.
lo trovo sbagliato per una varietà di motivi.
del tipo: perché dobbiamo essere tutte supermodelle? perché dobbiamo essere tutte Barbie Magia delle Hawaii? ma dove sta la varietà?
io se vado a scegliere le cose al supermercato è perché mi piace avere quello che dico io e nelle quantità che dico io.
e poi: perché chi ha il culo un pochino più grande deve essere costretto ad andare a comprare nei negozi tipo PITRAN?
io mi voglio comprare le cose che comprano tutti.
nei negozi dove vanno tutti.
e quindi entri, chessò, da h&m e tutte le taglie dalla 42 in poi sono FINITE. perché? ma perché se le sono comprate già tutti!
signore e signori: la maggioranza delle donne è AL DI SOPRA della taglia 40. non vedo per quale motivo solo le donne prive di carni sulle loro ossa debbano avere vestiti che stanno loro bene in qualsiasi modo.
poi tolgo dalla categoria quelle che sono 38 di costituzione (perché esistono, ve lo posso assicurare. e soffrono anche loro, ve lo posso assicurare).
ma anche: perché dobbiamo essere tutte destinate a diventare anoressiche?
l’anoressia è un problema serio. ed è nato dopo tutte queste pippe mentali. quando mia nonna era giovane, l’anoressia non esisteva.
perché alle donne non veniva messo in testa alcun mito di bellezza. e nessuna era costretta a sentirsi bella: manco ci pensavano!
ora, io non dico che una faccia un peccato a sentirsi bella.
ma perché mi devo sentire bella SOLO SE sono secca come una morta con i tessuti in putrefazione?

la dieta affligge l’umanità e ci peggiora.
perché poi troverai sempre davanti a te, quelle maledette che la dieta non la fanno (per davvero) e non la faranno mai, perché sono MAGRE DI COSTITUZIONE. attenzione: non strasecche. MAGRE. quel magro perfetto che quando vedi una per strada dici: oddio che gnocca. così.
e te le senti dire “no, ma io mangio tantissimo! pasta, pane, pizza, dolci a volontà! e non ingrasso mai!” invidia. invidia mortale.
ecco, di quelle così, vere intendo, ce ne sono pochissime.
perché la maggior parte di queste NON COMPRENDONO che il loro “mangio tantissimo” è il nostro “non mangio un cazzo di niente”. due chicchi di pasta, una crosticina di pane e una bollicina di pizza, non sono “mangiare tantissimo”. è solo che certa gente ha lo stomaco più piccolo e più di tanto non c’entra.
Eh.
tutte agli altri le fortune.

che poi a dieta mi ci sono messa anch’io.
non dico di no.
non sono certo qui a discolparmi.
anzi. ammetto tutti i miei crimini.
io a dieta mi ci sono messa.
e l’ho scoperto dopo tanto tempo, eh. ma lo sapete qual’è l’unico modo che ho per dimagrire?
AFFAMARMI.
ebbene sì.
per dimagrire NON BISOGNA MANGIARE.
che cosa assurda, eh?
non ascoltate tutta quella gente che fa la dieta dukan, la dieta a zona, la dieta dissociata, la dieta a buco di culo.
no.
a me non è servito a niente.
a me è servito capire che certe cose non le devo mangiare perché le assimilo il doppio e, quindi, evitare COMPLETAMENTE di guardarle. anche da lontano.
però ve lo giuro: sto attenta.
anche perché il mio affamarmi mi ha permesso di capire una cosa fondamentale: non è necessario mangiare come buoi impazziti che non toccano cibo da settimane.
no. basta poco. non è necessario mangiare fino a scoppiare.
bisogna mangiare quello che serve. e non esagerare.
io ho cominciato a non mangiare quando sono andata via di casa perché ho cominciato a farlo come dicevo io, quando lo dicevo io.
perché mia mamma aveva sempre la paranoia che morissi, priva di elementi da bruciare per l’energia nel mio organismo.
senza capire che l’ADIPE non fa bene.
io ho cominciare a fare che se non avevo fame non mangiavo.
accertandomi sempre comunque di non cascare per terra da un momento all’altro.
e SONO DIMAGRITA.
mi sento molto meno pesante e, udite udite: mangio quasi sempre quello che mi pare.
mangio la pizza.
mangio il sushi.
mangio il gelato.
tutto sempre senza esagerare. chiaro.
e sono anche molto più a mio agio con me stessa.

e, donne: c’è una grande verità della vita che nessuno, forse, vi ha mai svelato.
UDITE UDITE! alla maggior parte degli uomini, gli scheletrini rivestiti di pelle che con una folata di vento vengono spazzati via, stile “sposa cadavere”, non piacciono.
molto spesso un uomo preferisce poter acchiappare, tastare, sentire quello che ha sotto le mani.
che probabilmente, se non fosse così, gli farebbe impressione.

poi oh, io non sono mica questa silfide. anzi, sono ancora una taglia forte: porto la 42!

Dance Dance Dance

non sto parlando di niente che c’entri con Murakami.
io Murakami non lo capisco. poi un giorno magari vi spiegherò anche quello. ma quel giorno non è ancora arrivato, quindi rallegratevi!

Dance è inteso come la connotazione più ovvia del termine: danzare.

semplicemente perché io  AMO danzare.
ma non lo amo così, come un hobby qualsiasi.
io amo la danza come se fosse una parte di me.
una parte che, ahimè ho dovuto perdere, ma che completamente non lascerò andare mai. perché credo una cosa: ballerini una volta, ballerini per sempre.
tutto questo chiaramente se si capisce bene di cosa si sta parlando.

io ho danzato per 12 anni.
e ho sempre amato danzare.
ho studiato, per mia fortuna, in una scuola seria e con un’insegnante qualificata.
e non avrei mai smesso di farlo.
quindi non solo ho avuto la possibilità di formarmi nel modo giusto, ma anche di apprendere e assimilare tutto quello che, della danza, non è danzare.

molti pensano che basti sapere ballare per poter dire di essere danzatori.
ebbene, io non credo realmente che sia così.
essere ballerini vuol dire riuscire a far danzare la propria anima.
non solo il proprio corpo e le proprie parti mobili, ma l’interezza del proprio essere.
danzare è espressione del proprio sentire.
nella danza si può incanalare qualsiasi cosa, e mostrarlo agli altri.
quando si danza si mette a nudo il proprio spirito, senza vergogna.
chi danza mostra di sé la parte più nascosta. anche se non tutti se ne accorgono.
e poter danzare è una fortuna che non sempre abbiamo la possibilità di avere.
io sono stata fortunata.
perché insieme alla danza ho imparato un sacco di altre cose.

ho imparato ad amare la coreografia, che è ordine nel caos.
a rendere grazioso ogni movimento, anche se compiuto con forza, o violenza, o rabbia.
a sentire il mio corpo leggero, nonostante tutto il mio peso.
a scomparire, pur continuando ad esserci.
a comparire ovunque, pur stando in un solo posto.
a dimenticare tutto e lasciare fuori qualsiasi cosa, tranne me stessa.
a percepire gli altri, come parte di un unicum.
a fidarmi delle persone, nonostante la differenza d’età, di sesso, di corporatura, di abilità.
ad avere fiducia nelle mie capacità.
ad amare quello che faccio e dare tutta me stessa.
ad avere soddisfazione della fatica.
a sorridere, in un modo diverso.
a percepire le cose e i corpi in un altro modo.
a divertirmi come non ero mai stata in grado di fare.
a impegnarmi come mai avrei creduto di essere capace.
a non lasciarmi andare alla prima occasione.
a non avere paura delle difficoltà.
a non mollare mai il colpo e perseverare.
a ottenere ciò che desideravo.
a darmi a qualcosa con la massima dedizione.

ho scoperto una parte di me che non credevo potesse esistere.
ho appreso una diversa sensibilità.
e ho capito che si possono compiere azioni straordinarie senza sapere di esserne capaci.

la danza è tutto questo, e anche altro.
ma credo che, soprattutto, la danza sia amore.
come tutte le cose belle.

ed è per questo che, ogni giorno, mi manca come mi mancherebbe una parte di me.
come mi manca chi mi ha accompagnato in questa esperienza.
amare la danza e non poter danzare è come perdere un arto, dopo averlo usato per tutta la vita,

però, anche se ogni tanto verso una lacrimuccia, penso che comunque ho avuto la fortuna di farlo.
e mi sento un po’ più sollevata.
il peggio, sarebbe stato non averla avuta mai, la possibilità di imparare.

perciò fatevi un favore: ballate, finché potete.
e non smettete mai di desiderare di imparare.
non sedetevi dopo essere arrivati a un certo livello perché si può sempre migliorare.
e non arrendetevi davanti alle difficoltà, perché il bello arriva proprio dopo averle superate. e, spesso, accade di farlo nel migliore dei modi.
la danza è vita. e la vita è una danza.
imparando a danzare si impara anche un po’ a vivere.
e fatelo soprattutto per voi stessi. ma anche per chi vorrebbe, ma non può.
sarà ancora più bello.

10 libri (non classici) che -secondo me- vale la pena leggere pt.2

ta-dà!
ecco la seconda parte dell’elenco dei 10 libri che, sono sicura (come no, certo), aspettavate con ansia (non fatevela addosso, mi raccomando).

Posizione numero 5
CHRISTOPHER MOORE con Il Vangelo Secondo Biff 
devo dire una cosa di questo libro: è bello in modo assurdo.
mi ha fatto piangere, commuovere, ridere, sospirare, divertire. mi ha fatto tanta compagnia.
e vi chiederete: come fa una trasposizione del vangelo a fare una cosa simile?
eh, come fa.
allora, intanto Biff va letto non solo con la testa, ma anche con il cuore.
Moore ha questa particolarità: tratta i suoi personaggi con una tenerezza infinita e lo fa perché li ama. nonostante tutto ciò a cui li sottopone.
e io credo sia l’unico scrittore al mondo in grado di amare i suoi personaggi e scrivere libri fantastici. il perché, poi, ve lo spiego un’altra volta.
poi, insomma, io ho smesso da tempo di credere nelle religioni, soprattutto nel Cristianesimo.
ma c’è da dire che sono sempre stata certa che Gesù fosse stato una persona notevole.
sicuramente non come ci viene descritto canonicamente. ma non ho alcun dubbio a proposito del fatto che sia stato davvero affascinante.
questo libro è un’interpretazione tutta nuova dei Vangeli: la vità di Gesù che non viene mai raccontata da nessuno, ovvero dai 13 ai 30 anni. quelli che non conosciamo. quelli che non ci hanno mai detto. quelli che nessuno ha mai -evidentemente- considerato importanti.
e invece.
secondo me è un’interpretazione davvero bella e piena di ottimismo. e, di questi tempi, l’ottimismo serve.
poi, anche se il finale si conosce, di certo non ci si aspetta come vada a finire. davvero.
ricordatevi sempre che qui il protagonista è Biff, non Gesù.
e, infine, Biff.
Biff è un altro di quei personaggi della mia “letteratura personale” che non puoi non amare.
ti innamori e basta, non c’è altro da fare.
lo vorresti come migliore amico anche tu, ecco tutto.
forse anche qualcosa di più, diciamo.
e io a Christopher Moore ci amo. non solo questo, ma tutti i suoi libri (o per lo meno, quelli letti finora). però non immaginate nemmeno un po’ quanto mi manchi Biff, ogni giorno. oh.

Posizione n° 4
DANIÈL PENNAC con la Saga dei Malausséne
qui non posso parlare di un solo libro, ma devo per forza inserire tutta la saga.
spiego.
la “Saga dei Malausséne” si compone di 6 libri. i cui titoli sono
Il Paradiso degli Orchi
La Fata Carabina
La Prosivendola
Signor Malausséne
La Passione secondo Thérese
Ultime Notizie dalla Famiglia
non vi spiego la trama di ogni libro, vi dico solo che tutti i libri esistono uno in funzione dell’altro e che uno non può esistere senza l’altro.
certo, è possibile leggerli indipendentemente, nessuno lo vieta.
ma si tratta di una storia che continua e che va avanti un episodio alla volta.
leggere un libro a caso vuol dire perdersi tutto quello che è successo prima e tutto quello che succederà dopo.
i Malausséne sono una famiglia. la famiglia migliore che si potrebbe desiderare.
il capofamiglia è Benjamìn, di mestiere CAPRO ESPIATORIO. sì, leggete bene. un uomo che per vivere si prende la colpa al posto degli altri.
e già questa cosa, da sola, dovrebbe bastare a spingervi a leggere tutto.
ma non finisce qui.
ogni personaggio della famiglia “allargata” ha un suo perché. ogni componente ha qualcosa da raccontare.
e i caratteri sono assolutamente affascinanti. così belli che vorresti veramente andare a Belleville a conoscerli. se non altro per passare un po’ di tempo con loro, mangiare un cous cous da Hadouch, o accompagnare il Piccolo e Jerèmy a scuola, fare qualche foto con la bellissima Clara e farsi leggere la mano dalla spigolosa Thérese.
non posso rimettermi a scrivere troppo dei personaggi che comincio a piangere, in preda alla nostalgia.
il mondo dei Malausséne è un mondo meraviglioso, che ha ogni volta un guaio da risolvere.
soprattutto perché, ogni volta, inspiegabilmente, i guai si concentrano attorno a Benjamìn, che li attira peggio di una calamita.
i Malausséne sono tutti fratelli, con una madre che non c’è mai e ognuno un padre diverso, ignoto.
la mamma arriva incinta, sforna un pargolo e lo lascia da crescere al resto della famiglia. poi scompare.
attenzione: non è così terribile come sembra.
ma non è nemmeno solo questo.
i Malausséne diventano la tua famiglia, se solo glielo permetti. se hai bisogno d’amore, loro te lo danno e nemmeno te ne accorgi. e non chiedono niente in cambio. gli viene naturale.
e mi sono ritrovata a piangere come un vitello in più punti, senza riuscire a controllarmi.
fortuna che è successo sempre in occasioni in cui ero sola e nessuno mi avrebbe visto.
avvertenza: anche questi sono libri -si dice- per adolescenti. ma sono sicura che anche i grandi li possano apprezzare senza problemi.
dopotutto le storie sono belle e ben costruite, di colpi di scena ce ne sono molti. e il bambino che è in voi vi ringrazierà.

Posizione n° 3
CARLOS RUIZ ZAFÓN con L’Ombra del Vento
anche Zafòn è considerato uno scrittore per ragazzi.
ed effettivamente chi conosce il resto dei suoi scritti, potrà rendersi conto che, in parte, è così.
ma questo libro è un po’ più speciale rispetto agli altri.
so che ha avuto un grosso momento di notorietà nel periodo in cui io l’ho letto.
e, infatti, mi è arrivato tramite un lungo “passa parola”.
ovviamente, anche se non mi fido mai dei fenomeni che esplodono in questo modo, non avrei mai potuto tralasciare di leggere un libro con un titolo così.
inoltre, l’ambientazione è Barcellona. una delle città più belle che abbia mai visto. una delle città dove ho lasciato un pezzo del mio cuore.
questa storia, poi, mi ha catturato subito perché comincia proprio con uno strano cimitero: il cimitero dei libri dimenticati.
e, proprio da un libro, si dipana la vicenda. ed è grazie a un libro che Daniel -il protagonista- affronta una serie interminabile di avventure, attraversando tutta Barcellona. una storia al cardiopalma, per cercare qualcosa e per salvarsi da qualcosa.
Daniel crescerà, conoscendo la vera amicizia, la rabbia, la passione, il vero amore.
per me è stato un viaggio incredibile.
come essere risucchiati in un vortice dal quale sembra non si possa uscire mai. e non si vuole uscire mai.
per me L’Ombra del Vento ha significato molto.
è uno tra i primi libri a cui sono riuscita davvero ad affezionarmi. ed è uno dei libri che mi ha fatto capire quanto potevo amarli, i libri.

in 2° posizione
J. K. ROWLING con La Saga di Harry Potter
sì, lo so. sono una persona banale, monotona e scontata.
ma ho i miei buoni motivi.
la saga di Harry Potter, che si compone di 7 titoli, è una delle cose più belle che mi siano mai capitate nella vita.
non credo di aver bisogno di raccontare qualcosa della trama o di nominare uno per uno i titoli della serie.
li conosciamo tutti. e anche se non ci fosse ancora qualcuno che li conosce, beh. che li vada a cercare su wikipedia. perché mi sentirei davvero ridicola a rispiegare e riscrivere tutto.
insomma, diciamo che Harry Potter è una delle cose più mainstream che credo esistano sulla faccia della terra.
e un po’ è anche questo il bello.
voglio dire: la cara J.K. è una che non era nessuno.
poi, un bel giorno, si trovava nella disperazione più nera e ha detto “perché non scrivere un po’, per dimenticare il dolore?”. e, beh. ha solo inventato UN MONDO INTERO pieno di cose meravigliose.
ed è diventata una delle donne più ricche e più famose del pianeta.
così. solo per aver creato un maghetto un po’ strano che sconfigge il male assoluto grazie ai suoi amici.
SOLO. certo.
la Rowling è il mio idolo. assoluto.
se potessi scegliere una sola donna a cui assomigliare su tutta la terra, sceglierei lei.
lei passerà alla storia grazie al fatto di aver creato qualcosa di incredibile (sempre soggettivamente parlando, eh).
e poi lo farà comunque perché, sapete, ha una voce con il suo nome nell’OXFORD DICTIONARY OF ENGLISH. qualcosa vorrà pur dire, questo.
poi, insomma, mi ha regalato più ore di gioia lei, nella lettura di Harry Potter, che qualsiasi altro divertimento esistente.
ci sono poche cose che posso paragonare all’euforia che mi procurava l’uscita di un nuovo libro di Harry Potter.
e a chi crede che esageri, posso solo dire che non mi conosce abbastanza bene.
nei libri di Harry Potter c’è tutto.
compreso l’incontenibile desiderio di entrare a far parte di quel mondo anche tu. di poter essere un mago e studiare a Hogwarts. e di combattere la guerra contro Voldemort insieme a tutti gli altri. morendo, anche, se necessario.
nei libri di Harry Potter c’è l’amore, la famiglia, l’amicizia, la morte, la guerra, legami indissolubili e insegnamenti indimenticabili.
quanto ho pianto. di gioia e di dolore (sì, sì. proprio dolore!).
Harry Potter non è una storia -solo- per bambini. tanto che nella cara Englandia hanno creato pure le edizioni per adulti!
cos’altro posso dire? un libro in grado di dare tutto questo, merita solo di essere amato. nient’altro.

e, in conclusione, alla posizione n° 1
ALESSANDRO BARICCO con il suo Oceano Mare
ecco.
adesso ci saranno un milione di persone pronte a dirmi «ommioddio, ma sei pazza? quello è uno stronzo maledetto che si crede stocazzo e, in fondo, anche uno scrittore mediocre».
perfetto. sono d’accordissimo con voi. ma non su tutti i punti.
sono sicura che Baricco non sia assolutamente una bella persona. ma questa è una cosa che mi tocca? non direi.
a me interessa quello che scrive. e, quello che scrive, mi è -quasi sempre- piaciuto (tutti possono sbagliare. a parte la Rowling. lei no. non sbaglia mai. fin’ora).
non sto certamente dicendo che Baricco sia Conan Doyle, o Swift o Orwell o chessòio.
sto solo dicendo che è uno scrittore che mi piace molto.
credo, in prima analisi, che il suo modo di scrivere sia molto particolare e, di certo, può non piacere a tutti.
è una di quelle cose che o si odia o si ama.
ecco. io lo amo.
trovo anche che abbia una leggerezza fuori del comune nell’inventare sia i personaggi, che le vicende che essi vivono. sebbene non siano sempre piacevoli.
poi, insomma, ognuno ha i suoi gusti.
Oceano Mare è il mio libro preferito da quando avevo 17 anni. e nessun libro lo ha ancora superato.
giuro che leggo ogni cosa che prendo con il cuore e la mente aperti a 360 gradi. e sono pronta a mettere un altro libro al primo posto nella mia classifica personale, in qualsiasi momento.
ma non sono ancora riuscita a trovarne uno che possa occupare questa posizione qui.
Oceano Mare raggruppa una serie di “casi umani” in una locanda sul mare.
bene. il mare è il mio posto preferito. e, ogni tanto, un “caso umano” mi ci sento anch’io.
c’è la follia di Elisewin. c’è la ricerca disperata dell’amore da parte di Bartleboom (di gran lunga il personaggio più dolce che io abbia mai incontrato in tutta la letteratura affrontata finora). c’è l’eccentricità del pittore Plasson. la delicatezza dei due bimbi gestori della locanda. la bellezza misteriosa di Madame Deverià. e il mare che li accomuna. talvolta visto come amico e guaritore, talvolta come nemico distruttore, talvolta come strana entità da studiare.
ho amato questo libro bevendolo dalla prima all’ultima pagina.
e non ho mai trovato niente di così confortevole su cui posare le membra, gli occhi, la testa e il cuore.
una poesia che lega una serie infinita di imperfezioni e che, leggendo, ti fa sentire meno solo.
per lo meno a me.

10 libri (non classici) che -secondo me- vale la pena leggere pt. 1

ve l’avevo promesso (credevate di scappare, e invece no!) ed ecco.
qui non credo ci sia bisogno di troppe premesse.
sono 10 libri (o serie di libri), tra i miei preferiti, che consiglio a tutti di non perdere.
io li ho amati molto e mi hanno dato molto.
per questo ci tenevo a segnalarli e condividerli.

RICORDATE: si tratta sempre e solo di gusti e opinioni personali e soggetive.

Facciamo un bel conto alla rovescia.

Alla posizione n° 10.
TOM ROBBINS con Natura Morta con Picchio.
Sebbene io abbia approcciato da poco con questo scrittore, ne sono rimasta immediatamente colpita.
la storia -se storia si vuol chiamare- parla di una strana principessa decaduta, che si innamora di un dinamitardo.
nasce un assurdo amore contornato dalle più disparate riflessioni filosofiche.
e il bello è che tutto questo avviene girando attorno a un pacchetto di Camel. proprio le sigarette.
se, apparentemente, si ha a che fare con la più assoluta follia, dietro c’è molto di più.
Tom Robbins affronta un numero incredibile di argomenti, nel modo meno ortodosso possibile.
abbiamo quindi a che fare con l’amore, il sesso, la vita in generale, la politica, la famiglia, il carcere, il paragone tra “fuorilegge” e “criminale”, i capelli rossi, gli alieni, la teoria evoluzionista, la monarchia, la rivoluzione, l’ecologia. e questi sono solo alcuni degli argomenti che incontriamo mentre si sviluppa la storia.
io me ne sono innamorata irrimediabilmente.
e infatti non vedo l’ora di affrontare gli altri suoi titoli.
anzi, se avete consigli: suggerite!

Alla posizione n° 9.
STEFANO BENNI con La Compagnia dei Celestini.
un manipolo di orfanelli scappa dall’orfanotrofio di Banessa per andare ad affrontare il torneo mondiale di pallastrada.
si tratta dell’evento più straordinario che i bambini di strada possano immaginare, e nessuno vuole perderlo.
bande di orfani da tutto il mondo giungono per giocare il torneo, che deve rimanere segreto.
presto però, mentre gli orfanelli di Banessa sono ricercati dal prete direttore dell’orfanotrofio, l’uomo più ricco della terra di Gladonia scopre l’evento e vuole darlo in pasto ai media.
La Compagnia dei Celestini è un’avventura straordinaria, ma dietro la storia si nasconde molto altro.
io amo Benni perché è un precursore dei tempi e i suoi libri sanno di verità. molte delle cose che ha scritto, fantasticando, si sono verificate davvero, con lo svilupparsi dei tempi. e sono sicura che lui ne sia assolutamente consapevole.
come è chiaro il fatto che ogni libro (o quasi) che scrive, sia una metafora per indicare altro.
non è solo una storia fantastica e avventurosa, divertente e anche un po’ tenera, quella dei Celestini, ma qualcosa che fa riflettere sul nostro periodo storico.

Al numero 8.
ITALO CALVINO  con Se una Notte, d’Inverno, un Viaggiatore
Io adoro questo libro.
non posso descrivere la trama perché, in realtà, una vera e propria trama non c’è.
si tratta di una raccolta di incipit tra i più avvincenti che si possano immaginare.
e, nel momento in cui la storia arriva al punto in cui desidereresti più di ogni altra cosa al mondo andare avanti, si interrompe bruscamente, dandoti un nuovo capitolo con un nuovo inizio.
molti lo considerano frustrante. io, penso che sia geniale.
trovatemi uno che, prima di lui (o anche dopo di lui), ha avuto il coraggio di fare questa cosa (beh, ok. forse c’è, ma io non lo conosco perché sono ignorante).
e poi la cosa che amo è che, all’inizio, l’autore parla col lettore. si rivolge a te personalmente. fantastico.
nuovo, rivoluzionario.
è stato visto come una specie di manuale di scrittura creativa ma, secondo me, oltre all’esercizio di stile, c’è una coccola per i lettori.
io amo Calvino. è uno dei miei preferiti. ma questo libro è il preferito tra i preferiti.
e se riuscirete ad approcciare nel modo giusto, vi divertirete un sacco.

Numero 7
JOHN GREEN – Cercando Alaska
Alaska Young è in assoluto uno dei personaggi più affascinanti che mi sia mai capitato di incontrare in tutti i libri che ho letto.
diciamo che, anche se sei donna (e eterosessuale), non puoi non innamorarti di lei.
Alaska è la ragazza che più merita la definizione “una ventata di aria fresca”.
emblematica, affascinante, attiva, problematica, trascinatrice e un po’ folle, è l’adolescente che io avrei assolutamente voluto essere.
io sono andata a cercarla e l’ho trovata.
un po’ dentro di me, un po’ negli eventi della mia vita.
l’ho amata moltissimo e, beh, mi manca. come mi manca quello che ho trovato in lei.
avvertenza: si tratta di un libro scritto e pensato per l’adolescenza.
e io ho un’insana passione per i libri per l’adolescenza.
sarà che quando ero adolescente non ho avuto modo di leggere libri che si addicessero alla mia età perché ero troppo tonta (e fondamentalmente perché nessuno me li ha mai suggeriti. insomma: una, a 16 anni, a meno che non sia un genio -e io non sono un genio- ha bisogno di essere indirizzata in qualche modo, anche se è in grado di pensare con la sua testa).
non dico niente della trama perché il titolo suggerisce già troppo.
sappiate che è un bel libro. John Green è un bravo scrittore.
devo ringraziare chi me lo ha fatto conoscere.
e sappiate che, se avete un animo da romanticoni incalliti come me, non dovreste perdervelo, ecco.

Numero 6
NICCOLO’ AMMANITI con Fango
ci tengo a specificare una cosa, riguardo questo titolo: Fango è una RACCOLTA DI RACCONTI.
Fango è praticamente il primo libro di Ammaniti che è stato pubblicato (per la prima volta) con una piccola casa editrice.
Fango un’opera che ha portato al successo il suo autore con il favore del pubblico, e l’opera era nientemeno che UNA RACCOLTA DI RACCONTI.
chi vo’ capì, capisce.
(ma forse le cose sono cambiate dagli anni 90 a oggi. credo. e spero che sia così. se non altro per smettere di arrabbiarmi. vabbè.)
detto ciò: io amo Ammaniti perché è splatter al punto giusto, quando deve esserlo. e, se è vero che la genialità sta nelle cose più semplici, beh, lui allora ne ha a pacchi. per certe intuizioni incredibili che ha avuto e che, a volte, mi fanno dire “santo cielo, perché non ci ho pensato io?”, ti tiene attaccato alla pagina come uno che sta per cadere dal decimo piano si aggrappa al cornicione del palazzo. e poi è chiaro. non c’è possibilità di fraintendimenti con lui.
Fango è un trionfo della zozzeria: i personaggi sono sporchi, le storie sono cattive e crude. ma tutta questa lordura è anche piena di grazia.
bello. un piacere leggerlo, in assoluto.

per ora interrompo qui la prima parte della lista, altrimenti diventerebbe troppo lunga.
così almeno creo un po’ di suspance! (pare vero)
le posizioni dalla 5 alla 1, nel prossimo post.

scrittori si diventa

non frega un cazzo a nessuno, ma proprio adesso pensavo che io non sono nata scrittrice.
sono nata pigra. che è ben diverso.

rivangando i miei ricordi dell’infanzia, le poche cose che il mio piccolo neurone riesce a mandarmi come deboli impulsi elettrici, mi viene in mente che io, da piccola, odiavo scrivere.
lo odiavo perché mi annoiava.
perché mi dovevo mettere a raccontare di cose di cui non mi interessava una beata cicca?
inventare su una base già prestabilita era troppo faticoso.
e quindi mi facevo i peggio viaggi, ma solo sulle cose che dicevo io.

tutto è nato quando ho scoperto quanto mi era difficile parlare.
forse perché coi peluches era un’altra cosa.
i peluches ti ascoltano senza parlare, e allora puoi dire quello che vuoi.
le persone invece, molto spesso, ti parlano sopra.
e siccome io non sono mai stata tanto brava ad attirare l’attenzione, e raccontare bugie a mamma e papà era proibito, ho cominciato a raccontarle alle cose inanimate, le bugie.

“facciamo che io ero il capitano della nave e voi il mio equipaggio.
poi partivamo all’arrembaggio di un paese e invece sbarcavamo sull’isola deserta.
solo che un sacco di gente si faceva male e allora io, che ero pure un dottore, vi curavo tutti.
poi quando guarivate giocavamo una partita gigante a palla e chi vinceva, vinceva l’isola.
e io vincevo l’isola e diventavo il re.
e voi eravate i miei sudditi, e facevate le cose che dicevo io.
e dopo incontravamo quelli dell’isola che ci mandavano via.
solo che non avevamo più la barca.
allora tagliavamo un albero e salivamo tutti sull’albero che ci portava a casa.
ma io ero ancora il re dell’isola e poi tornavo lì e tutti mi volevano bene”.

cose di questo genere.
i miei compagni di gioco facevano tutto quello che dicevo.
perché erano i peluches.
non ho mai parlato tanto con i bambini.
avevo paura che non mi avrebbero ascoltato.
in genere non lo facevano.
giocavo a quello che loro dicevano perché avevo paura che mi avrebbero presa in giro.
quando non mi piacevano i giochi mi sedevo sul muretto del giardino e schiacciavo i pinoli con un sasso.
e li mangiavo.
“perché non giochi con noi”
“ho trovato un sacco di pinoli”
ma i pinoli non piacevano mai, più dei giochi.

poi, un bel giorno, è arrivata la svolta:
IL TEMA LIBERO.
che figata! potevo scrivere quello che mi andava di scrivere quanto volevo.
solo che io odiavo scrivere.
e ancora non collegavo lo scrivere al fatto che avrei potuto inventare le stesse storie che inventavo coi miei peluches.
il mio primo tema libero fu un fiasco totale.
presi il mio primo brutto voto.
piansi.
poi la maestra mi spiegò: fai finta di essere qualcosa che vorresti essere e raccontamelo.
e scoprii che le cose belle si possono fermare sulla carta.
me le potevo tenere, potevano essere mie e le potevo tirare fuori quando volevo.
giocarci di nuovo.
che figata.
così ho cominciato e non ho mai più smesso.

quindi, se continuo a tediarvi a morte con i miei scritti così tanto spesso, non dovreste prendervela con me.
andate a cercare la mia maestra delle elementari e parlatene con lei.