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a volte ritornano

a volte ritornano, e a volte ritorno anch’io.
dopo lunghissima assenza nella postizzazione vera e propria del mio bellissimo blog (ammettiamolo tutti, dai, con queste nuove pagine inserite, il mio figlioletto diventa sempre più bello. e io sono tanto orgogliosa di lui!) (fine momento di autosbrodolo, promesso), eccomi qui a delirare di nuovo per la vostra sola e unica gioia.

occhei, dai.
lo so. i blog si scrivono quasi esclusivamente per un bisogno più che egoistico di autocelebrarsi ed esprimersi quando si deve per forza condividere cose di cui, per la maggior parte dei casi, a nessuno frega una beneamata.
ebbene.
per un po’ ho cercato di parlare anche di argomenti che potrebbero interessare più persone, che esclusivamente la qui presente vostra umile e affezionatissima (cit.).
insomma, vi ho fatto una bella testa con una serie di scritti e recensioni sui libri et similia.
e continuerò a farlo, ovviamente.

però, ecco.
mi sembrava il caso di rimarcare la mia presenza attiva qui sopra perché è anche giusto dare un po’ di spazio alle solite caspiate di cui tanto mi piace chiacchierare insieme a voi.
e quindi, eccomi qua.

a parlare per l’ennesima volta di cambiamento.
che è un argomento piuttosto trattato, in queste pagine.
però è sempre bene rifletterci, su come e quanto cambi la vita da un mese all’altro. da un giorno all’altro. a volte anche da un momento all’altro.

da un po’ di tempo mi sono accorta di non essere più la stessa di prima.
oh, intendiamoci: io rimango sempre la solita tonta rimbambita che fa e scrive cavolate.
però, ecco. certamente sarà capitato anche a voi.
quella strana sensazione di alzarvi una mattina, passare davanti allo specchio e accorgervi che qualcosa è diverso.
magari una piccola ruga in più nell’espressione, o una consapevolezza diversa del proprio essere.
insomma, tu stai sempre lì, non è che vai chissà dove e fai chissà cosa. però succede di tutto e in certi momenti ti senti di non riuscire a stare dietro proprio a ogni cosa.
e allora ti perdi il blog, per scrivere altre cose.
ti perdi le altre cose da scrivere per stare dietro al lavoro.
ti perdi il lavoro e così una parte della tua testa che per un momento si frantuma per andare nel panico più totale.

dai, sfido chiunque si sia trovato di fronte a una perdita imprevista dello stipendio, a non aver perso anche un po’ la bussola.
insomma, quelle cose lì che oggi sono all’ordine del giorno.
è chiaro, che poi per affrontarle ci vuole sempre il solito sangue freddo e la solita dose massiccia di positività.
ma può succedere di perderlo il sangue freddo. e anche la positività.
e un po’ ci si deprime, si pensa che potremmo non farcela mai.
passato quel momento, magari riesci pure a trovarlo uno straccio di impiego.
e allora a quel punto ti fermi a pensare.
perché certo, ti sei sbattuto per giorni e giorni, mandando miliardi su miliardi di curriculum.
hai fatto un numero imprecisato di colloqui.
poi qualcosa ha voluto che decidessero di prenderti.
ed eccoti qui a fare l’operatrice di call center.
ancora.
dai, vabbè. alla fine sono sempre soldi.
ed è un lavoro dignitoso. come dicono i maligni (sì, siete maligni. perché l’operatrice di call center in assistenza clienti, è un lavoro come un altro. come il netturbino. come il bidello. come la colf. c’è qualcosa di così terribile?)

però poi, seduto nell’ufficio vicino ad altri 100 e più colleghi, ti fermi a pensare.
io ho studiato, cazzo.
ho studiato per fare tutt’altro e invece sono qui a rispondere alla gente che venderebbe sua madre per non pagare le bollette.
niente che abbia a che fare con la mia laurea.
sì, la laurea.
quella cosa utilissima per fungere da carta igienica.
manco ce l’ho, il loro pezzo di carta. gliel’ho lasciato negli uffici della maledetta burocrazia universitaria. che ci facciano quello che vogliono.
ecco.

però, dopo la rabbia, sapete cosa subentra?
non la rassegnazione, no.
perché, in fondo, c’è qualcosa che nessuno mai potrà toglierti.
ed è la tua voglia di fare.
io ho voglia di fare un sacco di cose, e ringraziando me stessa, e quelli che me ne danno la possibilità, le faccio.
non vedo un centesimo, no.
ma in fondo dei soldi che mi diano da mangiare ce li ho. e anche persone che mi danno una mano, se ne ho bisogno, per fortuna.
quindi eccomi qua a scrivere.
è vero che certe volte ti frustra pensare che forse il tuo lavoro non lo noterà mai nessuno.
ma lo stai facendo per te.
per te e quelle persone che ti seguono.
se non è un bel modo di essere ripagati questo, cosa lo è, allora?

dunque, vicino a più di 100 colleghi, penso che fare l’operatrice di call center è un lavoro dignitoso, come dite voi, sì.
però almeno io il coraggio delle mie scelte ce l’ho sempre avuto.
e non ritornerei indietro per niente al mondo.
e certo, ho accettato quello che c’era.
però ho ancora il modo di fare quello che mi piace.
e ci riesco.
e in culo a tutti quelli che non hanno voglia di fare un cazzo, e non fanno che lamentarsi.

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mi piacerebbe veramente.

Mi piacerebbe veramente lavorare in un posto dove ogni tanto si ricordino di dirti che hai fatto bene il tuo lavoro.
ma solo se fai le cose nel modo giusto e non crei problemi a nessuno.
e non sempre. solo quando è proprio vero.
dove se sbagli te lo vengono a dire spiegandoti perché.
dove sapessero che le critiche servono a migliorarsi, non a devastarti e a farti sentire una merda perché hai sbagliato.

mi piacerebbe veramente lavorare in un posto dove si ricordassero di insegnarmi “come si fanno” le cose che non conosco.
dove non mi gettino in pasto a tutti senza avermi detto niente.
dove non diano per scontato che avere un metodo è la cosa più semplice del mondo, perché non è così.
dove non mi facciano credere che quello che faccio io lo può fare anche una scimmia perché, beh, semplicemente non basta una scimmia, per certe cose.

mi piacerebbe veramente lavorare in un posto dove la filosofia non sia “ti spaventiamo a morte così hai paura di noi”.
io lo so che devo produrre il più possibile, non è necessario puntarmi la pistola alla tempia.

mi piacerebbe veramente smettere di pensare tutte queste cose.

è vero che ogni posto di lavoro è difficile.
è vero che in ogni posto di lavoro trovi sempre qualcuno che ti spinge di sotto, piuttosto che aiutarti a rimanere attaccato al cornicione.
è vero che il “principale” se non è cattivo non è un capo vero.
è vero che nessun posto è semplice.

ma io non voglio un posto semplice.

in realtà, mi piacerebbe veramente lavorare. punto.

Tuna, il flusso di coscienza, e il panico da Compleanno.

l’altro giorno, pensando -oh sì, lo so. io penso in continuazione. ma sono fatta così e se non vi piaccio, potete anche evitarmi. io non mi offenderò- ho scoperto una cosa.

tolta la enorme e tremenda rivelazione che ho avuto su di me compilando un elenco (assolutamente e totalmente SOGGETTIVO) di libri che consiglio a tutti quelli che amano leggere (e che comparirà qui tra qualche tempo. magari presto. magari tardi. si vedrà.), che non racconterò qui perché ho troppa vergogna di me stessa, ce n’è stata un’altra.

diciamo che il lavoro che sto facendo su di me, in questo periodo, è un’enorme forza per trovare nuova ispirazione per scrivere cose sensate e costruttive (impegno molto, molto -e aiutatemi a dire “MOLTO”- difficile).
proprio perché sento davvero il bisogno di incanalare la mia energia in qualcosa di buono, ma non so ASSOLUTAMENTE come fare.
e complice il mio profondo senso di inadeguatezza di questo periodo, ho ripreso a farmi un sacco di domande. e a rispondermi, certo.

io faccio così: se ho qualcosa che non va, mi chiedo perché e mi rispondo.
ma in realtà è una cosa che faccio davvero senza doverci pensare troppo. mi viene e basta.
quindi, spesso, se sembro assorta e troppo taciturna, è perché sto analizzando i recessi del mio disperso e arrugginito io senza neanche accorgermene.
so che sarebbe bene parlarne con qualcuno e cercare di risolvere così i miei problemi.
ma non è che siano proprio problemi.
è più che altro un indagare per trovare il colpevole, ecco.
io sono la mia stessa divisione omicidi.
(Chiara, smettila. stai leggendo troppi romanzi gialli. poi ti fa male)

quindi, ecco cosa ho scoperto.
per prima cosa: che questo potrebbe benissimo non interessare una scodella a nessuno.
seconda cosa: che lo scriverò lo stesso.
terza cosa: che non si iniziano le frasi con “che”, ma non mi importa una scodella.
quarta cosa: che, in occasione dell’avvicinarsi del mio compleanno, ormai da tre anni a questa parte, continuo a sentirmi una povera sfigata inutile che non ha fatto niente di significativo nella sua vita e che, forse, non lo farà mai e che sto invecchiando (sì. invecchiando! non rompete le palle) a vista d’occhio e che non avrò mai il tempo di fare tutto quello che voglio e che, forse, non ho sfruttato bene il tempo che ho avuto a disposizione fin’ora.
questo mi fa, irrimediabilmente, sentire depressa. ma soprattutto: desiderare incontrollabilmente di impedire all’universo di farmi compiere ancora gli anni. e siccome so perfettamente (eh, dai. matta sì, ma fino a un certo punto) che non è possibile, chiudo il cerchio e continuo a deprimermi.
quando ero piccola il mio compleanno era la gioia più grande dell’anno: compleanno=tanti regali. Tuna ama tantissimo i regali.
ma oggi non mi frega niente dei regali. mi viene solo voglia di aggrapparmi a un punto qualsiasi e gridare fortissimo

IO NON VOGLIO FARE VENTISETTE ANNI! MAMMA, FERMA TUTTO, TI PREGO! STIAMO CORRENDO TROPPO FORTE!!

voglio dire.
perché non si può rimanere della stessa età finché non si trova il modo per realizzarsi?
poi continuiamo a invecchiare, non dico di no.
però qui più si va avanti e meno succede.
ecco. io sono agitata.
ho quest’ombra di mediocrità che mi si getta addosso in maniera violenta e non vuole andare via e non capisco perché.

perché devo essere una persona ambiziosa?
perché devo avere voglia di sentirmi realizzata?
e perché non posso averne la possibilità?
e perché voglio correre per arrivare a quello che voglio?
perché? perché? perché? perché?

fermatemi.
io non so più cosa fare.

non è che mi sento così depressa da piangere alla prima occasione e lamentarmi di tutto (ok, potrebbe succedere. ma non lo farò, lo prometto).
è più che altro una specie di aura scura che mi avvolge e non vuole lasciarmi andare.
e vi assicuro che è bella stretta.

sentite.
io una soluzione ce l’avrei.
eliminiamo i compleanni.
eliminiamoli e facciamoli riapparire solo nel momento in cui saremo pronti a rifarli.
quest’anno vuoi compiere gli anni? lo fai.
non vuoi? va benissimo, non ti preoccupare. non farlo.
rimarrai caldo e tranquillo ai tuoi carinissimi 26 anni finché non ti sentirai pronta a farne 27, con tutti i crismi del caso.
nel senso: sì. è bello ricordare a tutti che sei nato e quindi festeggiare il fatto che sei al mondo.
facciamolo.
ma senza compiere gli anni.
perché non si può?
sulla mia carta d’identità ci voglio scrivere “segni particolari: ventiseienne a tempo indeterminato”.
così lo sanno tutti.
oppure un’altra cosa.
torniamo indietro.
festeggiamo il compleanno, ma decidendo quali anni compiere.
che so: quest’anno io voglio compiere di nuovo diciassette anni.
poi si vedrà.

ora, la mia paura è un’altra.
e se io, a compierne 27 di anni, non fossi pronta mai?

10 motivi per NON leggere le 50 sfumature.

sono qui per parlare oggi, delle cinquanta e passa sfumature di me-ehm.. vari colori che da un po’ popolano gli scaffali delle librerie e i primi posti delle classifiche letterarie.

mi ero ripromessa di non scrivere banalità sul mio blog e, lo ammetto: scrivere ULTERIORMENTE delle sfumature È mera banalità. mea culpa.
ma non ce la potevo più fare dopo che gente a me molto cara, mi ha chiesto del libro.
milioni di persone l’hanno già fatto, ma io lo faccio per le persone a cui voglio bene. e per me. sì, per me.

devo, però, fare una premessa, che articolerò qui in diversi punti.
1- NON ho letto il libro. mi sono limitata all’esame delle prime pagine che mi hanno immediatamente disgustata. e tediata all’infinito.
mi sono detta, quindi: con tutti i bei libri che la letteratura (attenzione, eh, parlo di LETTERATURA, quella tutta maiuscola. se qualcuno di voi non mi capisce, lo prego VIVAMENTE di farsi un ripasso dei libri di antologia del liceo. così sappiamo di cosa stiamo parlando.) ci mette a disposizione -e con letteratura intendo sia quella antica, che moderna, che contemporanea-, perché dovrei perdere anche solo secondi del mio prezioso tempo a leggere cose che non mi arricchiranno manco un po’, togliendolo a tutti i bellissimi libri che ho da leggere?
2- mi sono comunque debitamente documentata in merito, cercando bene di capire con cosa abbiamo a che fare.
3- non sono qui per esaminare il libro in sé e per sé, ma voglio parlare del fenomeno che ci ha colpiti in pieno facendoci, a mio avviso, parecchio male.
4- lo ammetto: sto a rosicà.
ma non per questo voglio privarmi di esprimere la mia opionione.
insomma, si sa che gli scrittori sono competitivi.
ed è vero che la tizia in questione è riuscita nell’intento che non è riuscito a me (e che forse mai mi riuscirà), di pubblicare dal niente la propria opera prima, grazie solo al favore del pubblico.
ma qui stiamo parlando di pezzetti di cacca chiusi dentro a un paio di sovraccoperte di cartone.
senza falsa modestia, non credo che il mio prodotto sia cacca allo stato brado.
e 120 persone circa possono testimoniare in merito. (chiaro: 120, su milioni di miliardi non sono niente. ma io sono una scrittrice di prodotti di nicchia, chi dice che la nicchia non sia fatta solo di eletti? oh.)
5- io non disdegno il lavoro di nessuno.
sicuramente anche lei avrà sudato per scrivere ciò che ha scritto.
però non ce la posso proprio fà.
per una volta mettiamo da parte i buonismi e tutte le attenzioni del caso, perché voglio esplodere in un mare di parolacce contro tutti i vari boy-writers e girl-writers (da intendersi come “boyband” e “girlband” -per chi non lo sapesse, la maggior parte di tali gruppi musicali sono creati a tavolino apposta per vendere e piacere alla massa di ragazzine in preda a tempeste ormonali).

fatte le dovute premesse, posso passare a elencarvi i 10 motivi per cui NON dovete MAI E POI MAI leggere cotanto scempio (e spreco di carta, di soldi, di tempo, di cervello eccetera eccetera eccetera).
1- la trama del romanzo si potrebbe riassumere così: “studentessa sfigata si innamora di ricco uomo facoltoso che le propone un contratto per fare tutto il sesso estremo che vuole lui. lei è sicura che ci siano radici più profonde alla sua perversione e vorrebbe salvarlo. ma nel frattempo è arrapatissima e quindi trombano come ricci“.
ecco, io non so se avete mai visto un film porno (per piacere non fate i santarellini. TUTTI abbiamo visto un film porno, almeno una volta nella vita) ma, i film porno sono solo un pretesto per vedere un ora e mezza circa di zozzate sessuali varie. non c’è trama e non ce ne frega nemmeno un cavolo della trama.
davvero volete leggere un libro del genere?
se vi interessano le porcate, in edicola ne trovate a pacchi di libri così. forse anche meglio.
2- il sesso non va letto, va FATTO. giuro, gente, ci sono un sacco di modi di farlo e ci vuole solo un po’ di fantasia.
e FIOR di siti che spiegano come fare. voglio dire, non li conosco tutti, ma qualcuno si trova anche ricercando alla cieca, eh.
non siete tutti casalinghe frustrate che non sanno più come fare per ritrovare l’arrapamento. io lo so. ditemi che non lo siete.
a volte basta un giretto in un sexy-shop. il personale, spesso, è qualificato.
3- rimando al punto uno della mia premessa: la LETTERATURA è ben altra cosa da questo.
magari non tutti al liceo l’hanno studiata. magari non tutti sono andati al liceo.
ma sono sicura che, addentrandovi un po’ di più nelle librerie, senza limitarvi a guardare i banchi all’entrata della classifica dei più venduti, vi renderete conto che c’è TUTTO UN MONDO e sì, anche di letteratura erotica. che è molto più delle porcate gratuite di un film porno.
4- lo stile di scrittura è PESSIMO. scialbo e senza personalità.
appunto: nasce come qualcosa di diverso da un libro.
manco un blog.
no, era una fanfiction, pare. (la fan-fiction è una storia scritta da un fan di una serie, un fumetto, un libro che ha gli stessi personaggi ma sviluppa un’altra trama)
e la tizia si è fatta pure aiutare dai lettori a correggere qui e lì.
quindi sappiatelo: non è tutta farina del suo sacco.
mi dicono, inoltre, che i personaggi siano inconsistenti e senza spessore. messi evidentemente lì solo per fare i manichini nelle più svariate posizioni del kama-sutra.
lei ha scritto SOLO un ROMANZO (anzi, facciamo pure tre, per romperci i maroni quanto più possibile). io poi però non sviluppo i miei personaggi, nei miei racconti di UNA PAGINA E MEZZA.
5- non ho alcuna intenzione di dare altri soldi a una che è già ricchissima per i milioni di miliardi di copie che ha venduto.
di certo i miei euri non le servono a incrementare il patrimonio, e nemmeno le tolgo qualcosa, ma a questo punto diventa una questione di principio. NON MI AVRAI MAI, SPORCA RUFFIANA.
6- appunto, per me questa è tutta una ruffianata. è vero che il sesso acchiappa e vende, ma ci vuole anche una certa classe per metterlo nei libri. non spiattellandolo tutto così, come se andassi a comprare un kilo di zucchine al mercato. “vorrei un kilo di porcate, grazie”.
7- dato che anch’io scrivo di sesso, mi hanno paragonata alla buzzicona in questione.
Ragazzi, no.
NO, NO, NO, NO.
non si trattano così le persone.
i miei scritti vengono dal cuore.
i miei scritti saranno pure prodotti di nicchia non destinati all’industria letteraria e i suoi saranno pure mainstream. ma almeno i miei personaggi hanno un’anima e qualcosa di più profondo dietro.
sempre non per tirarmela, ma è come se mi paragonassero a Moccia. NO.
io mi oppongo e mi sento personalmente offesa.
la sto mettendo sul personale? sì. la sto mettendo sul personale.
8- per favore, PER. FAVORE. impedite anche che venga paragonata al fenomeno mondiale che è stato Harry Potter.
perché l’avrà pure superato in termini di numeri.
ma quanto a contenuti siamo anni luce lontani.
voglio dire: J.K. Rowling è assolutamente un fenomeno mainstream. ma oltre ad aver inventato UN MONDO e ad aver scritto una storia piena di simboli emblematici, insegna qualcosa ai bambini.
e tutti la possono leggere appunto, anche i bambini.
voi fareste leggere le 150 sfumature ai ragazzini? non credo.
e poi J.K. ha una voce sull’OXFORD DICTIONARY OF ENGLISH LANGUAGE con il suo nome.
non so se mi spiego.
J.K. passerà comunque alla storia.
anche se non dovesse leggerla più nessuno. (cosa impossibile, a mio avviso)
9- abbassare così il proprio livello di cultura è una brutta, brutta cosa.
voletevi bene, per piacere.
i primi posti delle classifiche letterarie sono stati occupati da gente infima, alla stessa stregua della butrilla.
vedi: Moccia; vedi: Volo; e varie eventuali.
10- non lasciatevi mai abbindolare dai fenomeni letterari che scoppiano all’improvviso come questo.
io lo so che ho un animo da “Bastian Contrario” e non leggo niente che sia da tutti esaltato come fenomeno del momento, perché mi puzza irrimediabilmente di cagata, a meno che non me lo consigli qualcuno che conosco bene e che abbia cuore i miei gusti.
comunque pensate solo questo: la tizia ha un sacco di soldi e le interessava solo questo. vendere.
vi sentite arricchiti ora?

io al vostro posto mi sentirei più povera di una 20ina di euri.

se qualcuno di voi si è sentito insultato, preso in giro, sdegnato e quant’altro da tale mio sfogo,
posso rifarmi scrivendo 10 libri che val la pena leggere e spiegarne il motivo.
ma non dirò MAI che questa qui è una scrittrice.
potessero tagliarmi le corde vocali.

ma prima o poi.

dopo attento esame e lunga riflessione, sono giunta all’estrema conclusione che:

IO ODIO TUTTI.

e non è un’affermazione azzardata. e nemmeno un’esagerazione. odio tutti.
a fasi alterne credo di odiare qualsiasi tipo di categoria umana.
e poi ci sono anche quelli che odio sempre, senza soluzione di continuità.

sono infastidita da tante, troppe cose. forse tutte.
è per questo che dico di essere una brutta persona. ed è vero, credetemi.
ed è per questo che se siete nella categoria di quelle persone che mi vogliono bene e sono consapevolmente ricambiate, sappiate che siete meno di quanti pensate.

io odio le persone che al lavoro mi trattano male, perché ho poca autostima e quindi mi sento incapace.
odio chi sminuisce sempre il mio lavoro e mi tratta come un’idiota perché ho poca autostima e quindi mi sento un’idiota.
odio le persone nel traffico: la maggior parte non sanno guidare.
odio le persone che parcheggiano: occupano tutti i parcheggi che mi servono.
odio i ragazzini che vanno al liceo perché sembrano un grosso branco di dementi privi di materia cerebrale e mi fanno venire voglia di prenderli tutti a schiaffi e prendere a schiaffi le persone è faticoso.
odio chi esce il sabato sera perché TUTTI escono il sabato sera, e creano il traffico che non mi permette di fare niente.
odio le persone sempre tristi, che molto spesso non hanno un vero motivo per essere tristi e mi fanno essere triste.
odio le persone sempre felici, perché molto spesso fanno finta e non mi fanno sentire felice.
odio chi si atteggia a persona colta e piena di esperienza, perché molto spesso so molto più io di loro (e io sono ignorante).
odio chi mi dice “oddio anche tu col kindle” perché non si fa mai un pacchetto di cazzi suoi.
odio chi mi tocca senza che io l’abbia richiesto perché ho dei problemi col contatto fisico.
odio chi mi assilla in continuazione con questioni inutili perché ho pochissima pazienza, certe volte.
odio chi si attacca a questioni inutili perché le ingrandisce senza motivo e le cose troppo grandi diventano difficili da gestire, soprattutto per me che non ho un cervello multitasking.
odio le persone che fanno osservazioni fuori luogo, forse perché troppe volte sono fuori luogo anch’io: il troppo stroppia.
odio quelli che mi dicono “eh, però! non ti fai mai sentire!” perché non ricordano che io mi dimentico il telefono, mi dimentico i social network, mi dimentico il mondo.
odio le persone a cui devo spiegare le cose, perché spesso ci metto troppo tempo a trovare le parole giuste, poi non le trovo.
odio chi si sente questo gran cazzo (e non sapete quanti ce ne sono) perché mi costringe a farmi tirare la faccia.
odio le cassiere del supermercato perché strisciano sempre i prodotti sulla cassa con un’aria di sufficienza.
odio il commesso del bancone dei salumi perché mi taglia il prosciutto troppo spesso.
odio la cassiera della libreria che mi serve come se fossi una merda sul marciapiede.
odio quelli che gridano: la maggior parte delle volte non c’è un cazzo da gridare!
odio chi mi urta quando cammino per strada, non solo per i miei problemi col contatto fisico, ma perché spesso non sentono i miei vaffanculo.
odio chi capisce sempre il contrario di quello che dico: a volte mi fa dubitare di saper parlare l’italiano in modo corretto.
odio  il dentista e i medici in generale perché ho sempre paura che mi facciano male.
odio gli impiegati della posta, perché sono sempre LENTISSIMI.
odio molti inquilini del mio palazzo perché: fanno troppo casino, si lamentano troppo, non pagano le tasse, puzzano.
odio la maggior parte dei miei parenti.
odio le commesse dei negozi che ti dicono: MA TI STA BENISSIMO solo per vendere una cosa in più.
odio gli ex compagni del liceo perché li odiavo già prima, ma adesso li odio di più perché non vedono l’ora di sapere che fine hai fatto.
odio laggente, perché molto spesso laggente sono pazzi, ignoranti, cafoni, maleducati, antipatici, fastidiosi, rumorosi, molto più di me.

e odio un sacco di altre persone che non scriverò ancora perché altrimenti diventerebbe un post troppo lungo e vi tedierei.
e, lo so: a questa stregua dovrei smettere di mettere il naso fuori casa.
eh. ma prima o poi.

ci sono persone geniali: io, no.

sono alla ricerca di idee.

sapete quando avete il cervello completamente vuoto?
per fare un esempio pratico.
immaginate il deserto. immaginate quei grovigli di arbusti che formano delle palle che il vento spinge qua e là. poi immaginate volare queste palle di arbusti dentro quella porzione di deserto che vi siete immaginati.
ecco.
il mio cervello è così in questo momento.
encefalogramma piatto.

sì, lo so che sto scrivendo e che se non avessi nemmeno mezza idea non starei postando un blog.
LO SO.
ma io sto cercando idee per il mio prossimo libro.
o prossima raccolta di racconti, per la precisione.
e anche per il romanzo.
ma il romanzo verrà dopo la raccolta, certo.

chiaramente, non ho alcuna intenzione di fermarmi.

diciamo che sono in modalità assorbimento.
come se fossi diventata un grosso tampax, interno alla letteratura.
e non so se preoccuparmi o meno di questo fatto di essere rimasta senza idee valide per inventarci qualcosa attorno.
perché è vero che si scrive per curarsi, ma io voglio scrivere anche perché amo farlo.
e così ricerco la fantomatica idea geniale che mi porti a creare qualcosa di valido.

ma niente.
nessuna ispirazione.
non riesco a fare altro che pensare a tutti gli autori che ho letto nella mia vita.
soprattutto a quelli che io reputo geniali.
e farmi venire un sacco di complessi di inferiorità.

cioè, ma voi ci avete mai pensato?
ci avete mai pensato, per esempio, a che dio fosse Conan Doyle? a me non verrebbe mai in mente di creare un personaggio tanto articolato come Sherlock Holmes.
e ci avete mai pensato a che divinità fosse Jane Austen? io non potrei mai descrivere così una storia d’amore.
e boh, un contemporaneo a caso. Niccolò Ammaniti. se leggete “che la festa cominci” è proprio strano che non vi caschi la mascella in terra, con tutte le cose ASSURDE che è riuscito a inventarsi.
o Morozzi, che produce come un assassino e quasi tutte cose belle. invidia allo stato puro.

insomma, in questi casi, come si fa a non sentirsi come se si avesse un braccio, una gamba, una mano in meno?
io mi sento come se mi mancasse una parte di cervello.
quella parte di cervello che partorisce idee geniali.
non è giusto. ecco.

 

Chiara, l’odio e le cenediclasse

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Parliamone.

che poi non c’è molto da dire.
ma parliamone lo stesso delle cene di classe.
cioè. pensateci.
cominciamo ad analizzare la questione dal suo nocciolo.

che cos’è una cena di classe?
chiaramente parlo di una cena di classe dopo che il liceo è finito da qualche anno. è importante sapere questo.

una cena di classe è tante cose.
primo: una cena di classe è rivedere persone che non vedi da molti anni e che, probabilmente, hai perso di vista.
secondo: una cena di classe è fare il riassunto di tutte le cose che hai fatto in questi anni in cui, probabilmente, vi siete persi di vista, e loro non sanno.
terzo: una cena di classe è ricordare i bei vecchi tempi andati (bei?), con nostalgia (nostalgia?) e affetto (affetto??)
quarto: una cena di classe è mostrarsi in tutto il proprio splendore (o orrore, questo è da vedere), a persone che, probabilmente, hai perso di vista da qualche anno.

ci siamo?
bene.
partiamo con l’analisi dei punti, uno per uno.
come faccio di solito. che così almeno si va avanti con chiarezza.
giusto? giusto.

primo: fatevi solo una domanda. una sola. chiedetevi PERCHÈ, PER QUALE PRECISO MOTIVO avete perso di vista certe persone.
se la risposta è che, in realtà, non volevate tenervele vicine, possiamo chiudere qui l’analisi del primo punto.
se la risposta è “il tempo, il lavoro, lo studio, le cose, la vita…” io non sono capace di darvi un suggerimento valido. perché, credetemi. ho sempre avuto dei seri problemi in questo senso.
[sono una di quelle donne che hanno una mente poco incline al multitasking (che non me ne abbia Eco, per la momentanea esterofilia linguistica), e forse ce ne sono poche. ma nel mio essere profondamente bradipa, rientra anche questo.]
dopotutto, abbiate creanza: sarà anche vero che voi non vi siete mai fatti sentire, e ok. ma loro?
vi lascio pensare.

secondo:  anche per questo punto vi propongo di analizzare le cose rispondendo a una domanda.
ma voi, avete così tanta voglia di fare un riassunto della vostra vita a persone che avete perso di vista (a cui probabilmente non importa una mezza sega di voi)? e avete interesse che loro lo sappiano?

terzo: io credo che l’analisi di questo punto sia nell’esposizione stessa della domanda.
cosa ne pensate dei vecchi tempi andati?
erano davvero belli? e voi, li ricordate davvero con affetto? e avete davvero voglia di farli tornare a voi ricordandoli, dal momento che (finalmente) sono andati?
obiezione.
tolto quel gruppo di persone a cui, nella mia classe, ho voluto veramente bene…ho passato, al liceo, i 5 anni peggiori della mia vita.
esempio pratico: «ahahaha! io non studio e prendo voti migliori dei tuoi che studi! ahahahah!» (compagno di classe rivolto a me in un giorno x della vita di classe riguardo a una materia y con un professore z. pensate a voi che vi ammazzate di studio per prendere la sufficienza. e pensate a una persona che prende bei voti senza studiare. pensate a questa persona che vi rivolge questa frase di scherno. ecco. non vi sale un odio profondo?)
e con questo concludo la mia arringa. grazie, Vostro Onore.

quarto: rimando al primo punto. e faccio un’ulteriore domanda.
perché mostrarsi in tutto il proprio splendore (o orrore), a persone che, probabilmente, hai perso di vista e a cui, probabilmente, non importa niente di te?
serve?

in tutto questo includo una grossa manciata della mia enorme limitatezza e del mio essere scorbutica e vecchia dentro, asociale, bradipa, permalosa, nerd, cinica, antipatica, stronza, eccetera eccetera eccetera.
Quindi prendete il discorso con le molle. lo si fa per ridere.

ponderate gente, ponderate.

di traslochi e di isterismi

se l’ikea di domenica è il girone infernale dove nessuno al mondo vorrebbe essere scaraventato, la possibilità di redimersi sta nel trasloco.

il trasloco è un limbo di scatole di cartone e cose.
un purgatorio di oggetti sparsi in ogni dove, senza né capo né, tantomeno, coda.
cose di ogni tipo. la maggior parte delle quali, inutili.

il trasloco è il limbo che ti dirige al paradiso della tua nuova abitazione.
paradiso che sarà tale solo se l’abitazione sarà tua e solo tua, e di nessun altro.
(e va bene, concedo anche un convivente. o un animale.)

una persona mi ha detto “la cosa peggiore che puoi augurare a qualcuno è un trasloco. non una brutta malattia e nemmeno la morte. ma il trasloco è la cosa peggiore.”

ebbene, inizialmente non riuscivo a spiegarmi questa frase.
ma adesso sì. ci riesco benissimo.
il trasloco è qualcosa di spaventoso. è un evento in cui rischi di impacchettare troppo. e di perdere tutto, sebbene questo sia fatto proprio per l’intento contrario.

durante il trasloco rischi di impacchettare la tua mente e di perdere la tua anima.
durante il trasloco scopri che in casa tua c’erano mostri, mostri assurdi di cui non conoscevi -o non ricordavi- l’esistenza.
il trasloco è una guerra all’ultimo sangue contro gli armadi, le librerie, le mensole, i cassetti, le credenze.
e polvere, palle incredibili e immense di polvere, da cui rischi di essere inghiottito e risputato fuori cambiato.
come se fossi un’altra persona.

prima del trasloco non avresti mai immaginato di avere così tanti libri.
prima del trasloco non credevi che il tuo armadio fosse così grande.

ed è importante una cosa, per il trasloco: non arrendersi.
se ti arrendi rischi di lasciare nel limbo metà della tua vita e di non recuperarla mai.
ma più.

se poi pensate che il trasloco, in sé, sia una cosa brutta, non avete ancora conosciuto la situazione in cui verso io.
io vado a vivere da sola.
e ok.
e molti di voi potranno spiegarsi bene per quale motivo io abbia deciso di fuggire con larghissima premeditazione dalla mia casa.
(perché invero, sono ANNI che progetto la mia dipartita in ogni minimo particolare. ANNI.)

mia madre.
lei, lo spauracchio del disordine e della polvere. lei, terrorizzata da qualsiasi cosa fuori posto (e, comunque, disordinata peggio di un genio pazzo), ha deciso, brillantemente, di reimbiancare la casa. proprio mentre io impacchetto la mia intera esistenza.

perciò il salone di casa mia non è solo diventato una stanza da condividere coi miei genitori, su un letto troppo piccolo, sotto tiro del russare da trattore di mio padre.
no.
questo è solo il minimo.
perché oltre a provocarmi attacchi di panico, questo è in grado di procurarmi anche crisi isteriche senza pari.
non avendo alcun altro posto dove stipare la mia roba, insieme a mia madre, mio padre, il loro letto, parte dei mobili del bagno, parte dei mobili della camera da letto dei miei genitori, la cucina; in salotto c’è TUTTA LA VITA CHE HO ACCUMULATO IN 25 ANNI D’ESISTENZA. o giù di lì.

non si passa.
non ci si entra.
non si respira.
e l’elettricità si spreca.

quindi: non solo dormirò con un trattore, sommersa dal cartone, in un letto in cui non entro (e…beh, dormirò. che parola grossa.), ma devo anche assorbire tutte le scosse che, tra mio padre e mia madre passano sul soffitto della casa.
sono un parafulimine.
in una situazione in cui mia mamma è la Germania e mio padre gli Alleati, io sono il Belgio: lo stato cuscinetto.

se la mia casa fosse pronta, comincerei il trasloco questa notte stessa.
caricandomi le scatole sulle spalle.
e correndo nel silenzio della notte.

vi prego: cessate il fuoco.
e fatemi scaricare l’elettricità a terra.
se splodo, di me non resterà niente.
NIENTE.

beati i possessori di stanze singole, perché potranno isolarsi.

 

P A I N

lasciati pervadere dal dolore.
fallo.
lascialo entrare dentro di te.
lascia che devasti tutto quello che trova.
lascia che distrugga, faccia crollare tutto. lascia che arrivino terremoti, inondazioni, tempeste, uragani.
fai in modo che tutto si cancelli.
che non ci sia più niente.
lascia che faccia tabula rasa.
non deve restare più niente.

più niente.

tutto quello che avevi costruito. dimenticatelo.

non esiste più.

è finito, andato. e non lo recupererai mai allo stesso modo.
sei vuoto adesso.
e devi ricominciare tutto daccapo.

e allora, lascia spazio ai pianti, ai lamenti, ai dolori di cuore.
lascia che la tua anima si tormenti e si contorca, torturata.
lascia cadere le lacrime ed entrare l’aria.
lascia che l’aria ricircoli dentro di te e passi dentro le ferite aperte, che non guariscono.

lascia che il dolore ti prenda, che abbia la meglio su di te.
e fallo restare.
non puoi sottrarti. perchè lui è lì.
e finché non decidi di accettarlo, resterà.
lo nasconderai, ma ci sarà sempre.
tieni con te il tuo dolore. non scacciarlo, non rimandarlo in fondo: riemergerà.

soffri.

soffri con tutto te stesso, e fallo il più che puoi.
ma tienilo per te.
tieni per te il tuo dolore: le persone sanno essere invidiose anche di quello.

è tuo.

lui è solo tuo e non andrà via finchè non riterrà che sia giunto il momento.

ma non scappare.

tieni con te il tuo dolore.
fai in modo che ti lascino soffrire. in pace.
perchè questo è ciò che serve. perchè questa è la vita.
non c’è niente di diverso. non c’è niente d’altro.
è quello che hai.

e allora saprai, che un giorno tutto quel dolore che hai provato, tutti quei buchi nel cuore che si sono allargati, avranno un senso.
non perdere tempo a chiederti quando e come passerà.
non avrai la risposta.
succederà un giorno, che smetterai di soffrire e allora sarà finita. ma non lo saprai mai prima.
quel vuoto non farà più male e sarai pronto per ricostruire tutto.

ci vorrà meno di quanto pensi. a ricostruire.

ma quando ti fa male il cuore, tanto da credere che forse si è fratturato e non si riparerà mai, ammettilo.
abbi la forza e il coraggio di ammetterlo.
e ti chiederai se riuscirai a farcela.
e avrai dubbi a proposito di questo.
cercala questa forza, dentro di te. ce l’hai.
ma non negarti mai la sofferenza, mai.
puoi dire bugie agli altri, ma non a te stesso. prima o poi smetterai di crederci. e non saranno servite.

ti chiederai perché.

ti chiederai: «perchè tutto questo dolore?»
è il tuo purgatorio. e devi viverlo.
e allora aspetta. e stringilo.

prima o poi passerà.

una favola…?

vi racconterò una storia.

c’era una volta una bambina.
piccola e carina.
era paffutella. coccolosa. una bambina come tante altre.
questa bambina aveva una mamma un po’ sconsiderata.
sì, perchè la sua mamma non le aveva comprato un seggiolino per l’auto.
nemmeno quand’era molto piccola.
non lo aveva mai avuto.
la nonna della bambina, abitava in un posto, che per raggiungerlo bisognava percorrere una strada tutta curve.
la mamma della bambina aveva una 126 gialla e niente cinture di sicurezza nel sedile posteriore.
la piccola viaggiava sempre nel sedile posteriore.
senza sapere come fare per tenersi e non rotolare, perchè era ancora troppo piccola.
così, a ogni curva, la piccola rotolava sul sedile, e sbatteva la testa sulle portiere.
la bambina piangeva tanto.
e la mamma le diceva “su Chiara, fai la brava, non piangere.”
quella bambaina ero io.

quando ho saputo, a distanza di tanti anni, questa cosa, mi sono chiesta: “chissà quante craniate ho dato, senza ricordarlo più”
è tutto vero, eh. non mi sono inventata niente.

ebbene, ora si spiegano molte cose.
poi ci si chiede perchè certe persone siano cresciute in un determinato modo.
bah.
chissà.