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mi piacerebbe veramente.

Mi piacerebbe veramente lavorare in un posto dove ogni tanto si ricordino di dirti che hai fatto bene il tuo lavoro.
ma solo se fai le cose nel modo giusto e non crei problemi a nessuno.
e non sempre. solo quando è proprio vero.
dove se sbagli te lo vengono a dire spiegandoti perché.
dove sapessero che le critiche servono a migliorarsi, non a devastarti e a farti sentire una merda perché hai sbagliato.

mi piacerebbe veramente lavorare in un posto dove si ricordassero di insegnarmi “come si fanno” le cose che non conosco.
dove non mi gettino in pasto a tutti senza avermi detto niente.
dove non diano per scontato che avere un metodo è la cosa più semplice del mondo, perché non è così.
dove non mi facciano credere che quello che faccio io lo può fare anche una scimmia perché, beh, semplicemente non basta una scimmia, per certe cose.

mi piacerebbe veramente lavorare in un posto dove la filosofia non sia “ti spaventiamo a morte così hai paura di noi”.
io lo so che devo produrre il più possibile, non è necessario puntarmi la pistola alla tempia.

mi piacerebbe veramente smettere di pensare tutte queste cose.

è vero che ogni posto di lavoro è difficile.
è vero che in ogni posto di lavoro trovi sempre qualcuno che ti spinge di sotto, piuttosto che aiutarti a rimanere attaccato al cornicione.
è vero che il “principale” se non è cattivo non è un capo vero.
è vero che nessun posto è semplice.

ma io non voglio un posto semplice.

in realtà, mi piacerebbe veramente lavorare. punto.

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“Luke, sono tua madre. Luke, anche tu dovrai dimagrire!”

oggi vorrei parlare di un problema che affligge l’umanità.

LA DIETA.

la dieta è quella cosa che ti fa dimagrire.
(in realtà la dieta è quella cosa che rappresenta il modo in cui ci nutriamo. la dieta che fa dimagrire si chiama “dieta dimagrante”, ma universalmente -e ignorantemente- quando si dice “dieta” si sottintende quella che fa dimagrire. quindi io scrivo dieta e basta, e così capiamo tutti. ciao)
e fin qui, siamo tutti d’accordo, no?

ecco.

non so, però, se vi siete mai resi conto di quale PIAGA, la dieta, sia.
al confronto, l’invasione delle cavallette e la morte di tutti i primogeniti d’Egitto, è uno scherzetto che fa ridere.
vi spiego immediatamente.

la maggior parte delle donne dei paesi sviluppati (-economicamente, ma anche detti “psicologicamente sottosviluppati”), ha il mito (ma soprattutto: la fissazione) del corpo perfetto.
la magrezza come obiettivo principe della propria esistenza.
il fisico tonico e scolpito come fine ultimo di tutti i propri sforzi.
e tutto questo perché?
perché ci hanno insegnato che “magro è bello”, piace agli uomini e fa fiche le donne.
mentre cicciottello è bruttino, non arrapa nessuno e le flaccidità sono un orrore da non guardare nemmeno da lontano.

quindi, per intenderci: la velina col capello lungo, liscio e brillante; la tetta in gola; la chiappa tonda che si tiene a metà schiena; la coscia secca, talmente secca che potrebbe essere utile per stuzzicarsi i denti; il ventre piatto e scolpito, che volendo rientra un poco in dentro; il braccino muscolosetto e il sorriso di ghiaccio, è l’ideale della nostra bellezza.
poi magari dentro al cranio ci trovi solo farfallette della farina e vento dell’ovest, ma questo non conta.
la taglia 44 è considerata TAGLIA FORTE.
perciò: SCHIFO la coscia un po’ più tornita; ORRORE il culotto che spunta un po’ più in fuori; PIETÀ per i fianchi larghi; VOMITO sui ciccini laterali; BRIVIDO per le tette un po’ più piccine di una quarta; VERGOGNA per il filino di doppio mento se tiri indietro la testa; SDEGNO per la panzetta rotondetta e TRAGEDIA sui capelli un minimo naturali.

per questo, tutte le donne, oggi, fanno LA DIETA.
perché sono terrorizzate dal diventare una TAGLIA FORTE, la TAGLIA 44!
nel mio mondo la taglia 44 è uno dei migliori traguardi che io sia riuscita a raggiungere.
nel mio mondo, la taglia 44 e già magrezza e benessere.
nel mio mondo la taglia 44 è felicità e gioia di vivere.
ma evidentemente io vivo in un mondo tutto sbagliato.

bisogna essere TUTTE una taglia 38.
non 42. manco 40 (che non sia mai!). 38 dobbiamo essere.
possibilmente anche 36.

ecco. io trovo tutto questo un filino sbagliato.
lo trovo sbagliato per una varietà di motivi.
del tipo: perché dobbiamo essere tutte supermodelle? perché dobbiamo essere tutte Barbie Magia delle Hawaii? ma dove sta la varietà?
io se vado a scegliere le cose al supermercato è perché mi piace avere quello che dico io e nelle quantità che dico io.
e poi: perché chi ha il culo un pochino più grande deve essere costretto ad andare a comprare nei negozi tipo PITRAN?
io mi voglio comprare le cose che comprano tutti.
nei negozi dove vanno tutti.
e quindi entri, chessò, da h&m e tutte le taglie dalla 42 in poi sono FINITE. perché? ma perché se le sono comprate già tutti!
signore e signori: la maggioranza delle donne è AL DI SOPRA della taglia 40. non vedo per quale motivo solo le donne prive di carni sulle loro ossa debbano avere vestiti che stanno loro bene in qualsiasi modo.
poi tolgo dalla categoria quelle che sono 38 di costituzione (perché esistono, ve lo posso assicurare. e soffrono anche loro, ve lo posso assicurare).
ma anche: perché dobbiamo essere tutte destinate a diventare anoressiche?
l’anoressia è un problema serio. ed è nato dopo tutte queste pippe mentali. quando mia nonna era giovane, l’anoressia non esisteva.
perché alle donne non veniva messo in testa alcun mito di bellezza. e nessuna era costretta a sentirsi bella: manco ci pensavano!
ora, io non dico che una faccia un peccato a sentirsi bella.
ma perché mi devo sentire bella SOLO SE sono secca come una morta con i tessuti in putrefazione?

la dieta affligge l’umanità e ci peggiora.
perché poi troverai sempre davanti a te, quelle maledette che la dieta non la fanno (per davvero) e non la faranno mai, perché sono MAGRE DI COSTITUZIONE. attenzione: non strasecche. MAGRE. quel magro perfetto che quando vedi una per strada dici: oddio che gnocca. così.
e te le senti dire “no, ma io mangio tantissimo! pasta, pane, pizza, dolci a volontà! e non ingrasso mai!” invidia. invidia mortale.
ecco, di quelle così, vere intendo, ce ne sono pochissime.
perché la maggior parte di queste NON COMPRENDONO che il loro “mangio tantissimo” è il nostro “non mangio un cazzo di niente”. due chicchi di pasta, una crosticina di pane e una bollicina di pizza, non sono “mangiare tantissimo”. è solo che certa gente ha lo stomaco più piccolo e più di tanto non c’entra.
Eh.
tutte agli altri le fortune.

che poi a dieta mi ci sono messa anch’io.
non dico di no.
non sono certo qui a discolparmi.
anzi. ammetto tutti i miei crimini.
io a dieta mi ci sono messa.
e l’ho scoperto dopo tanto tempo, eh. ma lo sapete qual’è l’unico modo che ho per dimagrire?
AFFAMARMI.
ebbene sì.
per dimagrire NON BISOGNA MANGIARE.
che cosa assurda, eh?
non ascoltate tutta quella gente che fa la dieta dukan, la dieta a zona, la dieta dissociata, la dieta a buco di culo.
no.
a me non è servito a niente.
a me è servito capire che certe cose non le devo mangiare perché le assimilo il doppio e, quindi, evitare COMPLETAMENTE di guardarle. anche da lontano.
però ve lo giuro: sto attenta.
anche perché il mio affamarmi mi ha permesso di capire una cosa fondamentale: non è necessario mangiare come buoi impazziti che non toccano cibo da settimane.
no. basta poco. non è necessario mangiare fino a scoppiare.
bisogna mangiare quello che serve. e non esagerare.
io ho cominciato a non mangiare quando sono andata via di casa perché ho cominciato a farlo come dicevo io, quando lo dicevo io.
perché mia mamma aveva sempre la paranoia che morissi, priva di elementi da bruciare per l’energia nel mio organismo.
senza capire che l’ADIPE non fa bene.
io ho cominciare a fare che se non avevo fame non mangiavo.
accertandomi sempre comunque di non cascare per terra da un momento all’altro.
e SONO DIMAGRITA.
mi sento molto meno pesante e, udite udite: mangio quasi sempre quello che mi pare.
mangio la pizza.
mangio il sushi.
mangio il gelato.
tutto sempre senza esagerare. chiaro.
e sono anche molto più a mio agio con me stessa.

e, donne: c’è una grande verità della vita che nessuno, forse, vi ha mai svelato.
UDITE UDITE! alla maggior parte degli uomini, gli scheletrini rivestiti di pelle che con una folata di vento vengono spazzati via, stile “sposa cadavere”, non piacciono.
molto spesso un uomo preferisce poter acchiappare, tastare, sentire quello che ha sotto le mani.
che probabilmente, se non fosse così, gli farebbe impressione.

poi oh, io non sono mica questa silfide. anzi, sono ancora una taglia forte: porto la 42!

prendere e partire.

dicono che si possa scrivere davvero un libro, solo se ne si ha l’esigenza impellente.
come quando devi andare in bagno a fare pipì dopo aver bevuto un litro e mezzo d’acqua e averla trattenuta tutta prima di un’ecografia pelvica.

(io non so se l’avete fatta mai, ma vi assicuro che è una delle esperienze più mistiche e terribili che si possano fare. non solo cominci a vedere i draghi dopo un po’ che hai la vescica stracolma e non ti permettono di liberarti -soprattutto per una poveretta come me che ne ha una piccolissima-, ma nel dolore e nello sforzo, ti pare, forse, di intravedere il senso della vita, cosa che ti sfugge non appena ti chiamano per cominciare a passarti la sondina imbevuta di vaselina sulla pancia, dato che cominci a vederne un’altra di luce in fondo al tunnel: la possibilità di sfondare la tazza del cesso più vicino con settordicimila litri della tua pipì).

insomma, scrivere un libro non è una cosa che si fa tutti i giorni.
e non è una cosa che si fa così, per dire, perché hai pensato di scrivere un libro dato che lo fanno tutti.

scrivere un libro è un processo che inizia molto prima della scrittura. molto prima di qualsiasi trama o idea dalla quale partire per mettere giù frasi.
scrivere un libro è una cosa che comincia dal profondo di te.
dalle tue esperienze e dalle tue sofferenze.
non tutti, poi, hanno la capacità di trasformare il proprio bagaglio personale in qualcosa di letterario.
non tutti riescono a convertire in carburante narrativo gli stimoli che ricevono dall’esterno, o anche dall’interno di sé stessi.
e non è detto che io, comunque, ne sia capace.

perciò, mi sono detta che per poter scrivere un libro, forse, ci sarebbe bisogno di fare un viaggio.
un vero viaggio.
di quelli che prendi l’aereo e te ne vai via per un periodo più o meno lungo a vedere posti più o meno vuoti.
da solo.
ti fai la tua valigia. ti porti via il tuo blocco di appunti. e magari un libro. (un libro di quelli belli però. che ti accompagni ma ti dia anche l’ispirazione).
una macchina fotografia e tanta pazienza.
magari è proprio questo che ti permetterà di trovare l’idea geniale che ti porterà a scrivere il tuo capolavoro.

certo.
di sicuro un viaggio aiuterebbe.

ma poi ho pensato che, probabilmente, in tutto questo procedimento mentale che mi sono convinta essere il modo per poter fare ciò che voglio, c’è un errore.
l’errore principale che ho trovato, scavando ancora più a fondo dentro la mia testa, è proprio quello della ricerca dell’idea geniale

perché dobbiamo andare in cerca di questa fantomatica genialata?
non è mica detto che una cosa che non ha mai pensato nessuno, sia necessariamente una cosa che vogliono conoscere tutti.
alla fine le intuizioni interessanti possono essere fatte anche su una cosa stupida.
una cosa di tutti i giorni.

perché non si può partire a scrivere un libro da..che ne so? un piatto di pasta?
o un rotolo di carta igienica.
o dalla spesa.
o, perché no? dalle pulizie di casa.

secondo me è possibile.
tutto sta nel rendere DAVVERO INTERESSANTI queste azioni che ci sembrano insignificanti.
e forse, credo io, la vera impellenza dello scrivere sta in questo: rendere vivo qualcosa che ci sembra morto. e quindi: rendere interessante qualcosa che non viene considerato tale.
tutto qui.
perciò non si tratta di trovare l’idea geniale, ma semplicemente di scovare la storia che è nella tua testa, e fare sì che per te sia indispensabile renderla conoscibile al resto del mondo.
prima non l’avevo capito.

ora, quindi, non mi resta che fare i bagagli.
prendere su la mia penna col mio blocchetto.
partire, da sola.
e fotografare tutto quello che nella mia testa non avevo ancora visto e invece c’è.

facile, no?

proprio.

poi quando avrò capito come si farà a rendere tutto questo in un ROMANZO, invece che in una raccolta di racconti (che non vende, è un prodotto difficile, le case editrici non lo prendono e la gente non si fida a comprarlo), magari saprò anche su quale aereo salire.

Tuna, il flusso di coscienza, e il panico da Compleanno.

l’altro giorno, pensando -oh sì, lo so. io penso in continuazione. ma sono fatta così e se non vi piaccio, potete anche evitarmi. io non mi offenderò- ho scoperto una cosa.

tolta la enorme e tremenda rivelazione che ho avuto su di me compilando un elenco (assolutamente e totalmente SOGGETTIVO) di libri che consiglio a tutti quelli che amano leggere (e che comparirà qui tra qualche tempo. magari presto. magari tardi. si vedrà.), che non racconterò qui perché ho troppa vergogna di me stessa, ce n’è stata un’altra.

diciamo che il lavoro che sto facendo su di me, in questo periodo, è un’enorme forza per trovare nuova ispirazione per scrivere cose sensate e costruttive (impegno molto, molto -e aiutatemi a dire “MOLTO”- difficile).
proprio perché sento davvero il bisogno di incanalare la mia energia in qualcosa di buono, ma non so ASSOLUTAMENTE come fare.
e complice il mio profondo senso di inadeguatezza di questo periodo, ho ripreso a farmi un sacco di domande. e a rispondermi, certo.

io faccio così: se ho qualcosa che non va, mi chiedo perché e mi rispondo.
ma in realtà è una cosa che faccio davvero senza doverci pensare troppo. mi viene e basta.
quindi, spesso, se sembro assorta e troppo taciturna, è perché sto analizzando i recessi del mio disperso e arrugginito io senza neanche accorgermene.
so che sarebbe bene parlarne con qualcuno e cercare di risolvere così i miei problemi.
ma non è che siano proprio problemi.
è più che altro un indagare per trovare il colpevole, ecco.
io sono la mia stessa divisione omicidi.
(Chiara, smettila. stai leggendo troppi romanzi gialli. poi ti fa male)

quindi, ecco cosa ho scoperto.
per prima cosa: che questo potrebbe benissimo non interessare una scodella a nessuno.
seconda cosa: che lo scriverò lo stesso.
terza cosa: che non si iniziano le frasi con “che”, ma non mi importa una scodella.
quarta cosa: che, in occasione dell’avvicinarsi del mio compleanno, ormai da tre anni a questa parte, continuo a sentirmi una povera sfigata inutile che non ha fatto niente di significativo nella sua vita e che, forse, non lo farà mai e che sto invecchiando (sì. invecchiando! non rompete le palle) a vista d’occhio e che non avrò mai il tempo di fare tutto quello che voglio e che, forse, non ho sfruttato bene il tempo che ho avuto a disposizione fin’ora.
questo mi fa, irrimediabilmente, sentire depressa. ma soprattutto: desiderare incontrollabilmente di impedire all’universo di farmi compiere ancora gli anni. e siccome so perfettamente (eh, dai. matta sì, ma fino a un certo punto) che non è possibile, chiudo il cerchio e continuo a deprimermi.
quando ero piccola il mio compleanno era la gioia più grande dell’anno: compleanno=tanti regali. Tuna ama tantissimo i regali.
ma oggi non mi frega niente dei regali. mi viene solo voglia di aggrapparmi a un punto qualsiasi e gridare fortissimo

IO NON VOGLIO FARE VENTISETTE ANNI! MAMMA, FERMA TUTTO, TI PREGO! STIAMO CORRENDO TROPPO FORTE!!

voglio dire.
perché non si può rimanere della stessa età finché non si trova il modo per realizzarsi?
poi continuiamo a invecchiare, non dico di no.
però qui più si va avanti e meno succede.
ecco. io sono agitata.
ho quest’ombra di mediocrità che mi si getta addosso in maniera violenta e non vuole andare via e non capisco perché.

perché devo essere una persona ambiziosa?
perché devo avere voglia di sentirmi realizzata?
e perché non posso averne la possibilità?
e perché voglio correre per arrivare a quello che voglio?
perché? perché? perché? perché?

fermatemi.
io non so più cosa fare.

non è che mi sento così depressa da piangere alla prima occasione e lamentarmi di tutto (ok, potrebbe succedere. ma non lo farò, lo prometto).
è più che altro una specie di aura scura che mi avvolge e non vuole lasciarmi andare.
e vi assicuro che è bella stretta.

sentite.
io una soluzione ce l’avrei.
eliminiamo i compleanni.
eliminiamoli e facciamoli riapparire solo nel momento in cui saremo pronti a rifarli.
quest’anno vuoi compiere gli anni? lo fai.
non vuoi? va benissimo, non ti preoccupare. non farlo.
rimarrai caldo e tranquillo ai tuoi carinissimi 26 anni finché non ti sentirai pronta a farne 27, con tutti i crismi del caso.
nel senso: sì. è bello ricordare a tutti che sei nato e quindi festeggiare il fatto che sei al mondo.
facciamolo.
ma senza compiere gli anni.
perché non si può?
sulla mia carta d’identità ci voglio scrivere “segni particolari: ventiseienne a tempo indeterminato”.
così lo sanno tutti.
oppure un’altra cosa.
torniamo indietro.
festeggiamo il compleanno, ma decidendo quali anni compiere.
che so: quest’anno io voglio compiere di nuovo diciassette anni.
poi si vedrà.

ora, la mia paura è un’altra.
e se io, a compierne 27 di anni, non fossi pronta mai?

10 motivi per cui è una figata avere il kindle (E COMUNQUE NON SMETTERÒ DI COMPRARE LIBRI DI CARTA!)

Siccome da quando ho preso il kindle, un gran numero di persone mi guarda come se fossi uno strano essere mostruoso che sputa bave velenose e fa cose depravate e inenarrabili, ho deciso di spiegare al mondo intero perché l’ho preso e quali sono i motivi che mi spingono a considerarlo uno degli affari più fichi che possiedo nella mia insignificante vita.
li metterò tutti qui in un carinissimo elenco di 10 punti, in modo da poter rispondere, ai prossimi che mi diranno “NO CHIARA! anche tu il kindle! non avrei mai pensato che l’avresti fatto!”, solo con il link al mio blog.

immaginate la scena.
tizio (o tizia) X a caso «ti sei fatta il kindle? NOOO! anche tu? io credevo che ti piacessero libri! che non avresti mai ceduto! come fai senza carta??»
Tuna «petittuna.wordpress.com»
sì.
mi sembra funzionare.

magari la smetteranno di rompere i coglioni e staranno zitti subito, dopo aver ricevuto una risposta tanto strana e lapidaria.
chissà.
io ci spero.

premessa:
NON SI TRATTA di mere giustificazioni prive di fondamento.
io sto usando l’oggetto incriminato.
io mi trovo molto a mio agio con lui da quando ce l’ho.
siamo fantastici amici!
e non l’ho preso solo perché “è una cosa fica”. (come inizialmente poteva essere per l’iPhone -sì, va bene? ognuno ha le sue debolezze. eccheccazzo- che poi, comunque, è diventato indispensabile e senza di lui, se potessi scegliere, non vivrei mai più)
messo in chiaro questo, posso procedere con il mio carinissimo elenco.

1- il Kindle è della dimensione ideale.
questo vuol dire che posso infilarlo in ogni mia borsa senza che la mia schiena ne risenta troppo e senza avere paura che se ne rovinino le pagine: non ne ha, di pagine!
quindi niente orecchie, niente accartocciamenti, niente strappi, niente pieghe, niente di niente!
la mia schiena, quindi, ringrazia molto il peso che ha assunto il mio zaino del lavoro da quando lo possiedo.

2- posso leggere anche al buio senza aver bisogno di accendere alcuna luce.
siccome ho un’accessorio aggiuntivo indispensabile, ovvero: la custodia compresa di luce al led autoalimentata, ho la possibilità di usarlo in qualsiasi situazione.
tipo: di notte quando sono in una stanza senza abatjour.
oppure: quando aspetto in macchina di sera.
e comunque posso leggere in qualsiasi tipo di situazione che possa potenzialmente non essere consona all’azione.
e, dato che per me leggere è indispensabile alla vita, è una grossa, grossissima svolta.

3- posso tenerci dentro un gran numero di libri.
questo è molto vantaggioso per tutte le volte in cui mi sono trovata ad andare in giro con un libro che avevo quasi finito e non potevo portarmene dietro un altro per ovvi motivi.
spiego: di solito leggo tomi particolarmente consistenti. portare con sé DUE di questi tomi PIÙ il computer portatile, PIÙ l’agenda, PIÙ il pranzo, PIÙ la bottiglia d’acqua, PIÙ il portafoglio, PIÙ gli occhiali (due paia), PIÙ tutti gli accessori indispensabili che una donna deve portare con sé, si capisce che la mia schiena si trovi a soffrire particolarmente.
e portare solo un libro, per di più quasi finito, mi costringe a passare la metà della giornata nella tristezza (chiamatela pure “depressione profonda e senso si dispersione nel nulla come quando il tuo corpo si disgrega insieme alla tua mente”) di non avere un altro libro da leggere con me.
con il kindle, se finisco un libro, ho solo l’imbarazzo della scelta a proposito di quale leggere successivamente.
direi che è un bel vantaggio (che per me corrisponde a un’incontrollata esplosione di euforia).

4- il kindle possiede un dizionario integrato.
quindi ogni volta che non conosco una parola posso andare a cercarmela in uno spazio di POCHI SECONDI.
questo vuol dire: non avere più la scusa della pigrizia di prendere un INTERO DIZIONARIO e sfogliarlo finché non si trova la parola e/o la scusa di dover cercare su internet.
questo vuol dire: improve your language!
non è mica male (soprattutto per una come me che ha sempre il terrore di non conoscere abbastanza parole nella vita).

4bis- esistono anche dizionari GRATUITI in altre lingue.
basta scaricarli.
così se si decide di leggere un libro in lingua, si avranno con sé tutte le parole necessarie con tutte le definizioni.
le definizioni, in lingua, ovviamente.
quindi: improve ulteriormente your language!
non è meraviglioso?
sì, lo è.

5- posso “rimediare” gratuitamente i libri.
questo vuol dire: sospiro di sollievo per il mio portafoglio.
questo vuol dire: se non mi piace un libro posso anche prenderlo, buttarlo nel cestino e non pentirmi nemmeno un po’ perché non ho gettato niente di materiale.
questo vuol dire: non sprecare i soldi se un libro non ti piace.
questo vuol dire: trovare anche libri che non si trovano più (che per me è tipo LINFA VITALE, dato che -sembra- che mi renda conto dell’esistenza dei libri più fichi del mondo solo TROPPO TARDI, ovvero quando non li stampano più).
dite che è una brutta cosa?
poi è chiaro che nella mia malattia, quelli che più mi piacciono li vado a comprare di carta per AVERLI fisicamente.
non posso certo permettere alla mia libreria di restare ferma così com’è.
tsè.

5bis- se decidi di comprarti un libro alle 3 del mattino puoi farlo.
basta una wireless e compri il libro che desideri per averlo subito sul chindol!
questo vuol dire: BASTA scene di panico per aver finito un libro nei momenti meno opportuni (lo ripeto)!
e c’è anche un altro piccolo vantaggio: i libri elettronici costano meno di quelli di carta.

6- posso sottolineare tutto quello che voglio senza aver paura di rovinare i libri!
proprio perché il libro non c’è, non posso rovinarlo.
e comunque, la cosa fichissima, è che le cose che ho sottolineato si raccolgono tutte carine e ordinate in una cartella chiamata “i miei ritagli” con sotto scritto da dove vengono e addirittura quando le hai sottolineate (il che, per una autistica come me, è tipo il paese dei balocchi).
in questo modo è possibile rileggerle quando ti va e riscrivere dove vuoi e portarle sempre con te senza doverti scervellare per ritrovarle ogni volta.
ah! la meraviglia!

7- ha un inchiostro che ti permette di leggere senza stancarti gli occhi.
NON È come leggere sull’iphone e, ovviamente NON È come leggere su un iPad. è MEGLIO.
ebbene sì, sembra assurdo, ma lo è.
ed è della grandezza giusta.
insomma PROPRIO come un libro.
sì, certo, NON È un libro.
ma voi non ci leggete mai sugli schermi?
eccheccavolo!

8- è praticamente impossibile perdere il segno anche di tutti i libri contemporaneamente.
perché? udite udite! Kindle ha una memoria che gli permette di ricordare a che pagina sei arrivato e, anche se spegni l’apparecchio e “chiudi” il libro aprendone un altro, lui ti riporterà sempre sull’ultima pagina che hai letto.
quindi: niente più attacchi di panico se non si ritrova il segno!
o perdita di momenti preziosissimi per finire un libro.
non so se vi rendete conto.
avete presente quei momenti in cui siete in un momento cruciale e magari state leggendo mentre fate la cacca e, improvvisamente, per prendere la carta igienica, perdete l’equilibro con l’altra mano e il libro vi scivola e si chiude inesorabilmente senza che voi sappiate mai più dove eravate?
e poi ci mettete almeno un quarto d’ora per capire con esattezza dove eravate arrivati?
con kindle, questo, non accade.
e me lo chiamate poco?
sciocchi.

9- la batteria dura una vita.
quindi diciamo che più o meno ti scordi di caricarlo.
E in ogni caso non ti lascia a piedi quando meno te lo aspetti.
indi: grossi vantaggi.

10- si possono “assaggiare” i libri.
ovvero: si ha la possibilità di scaricare un estratto dai libri che ti interessano per vedere se sono realmente interessanti in via TOTALMENTE gratuita.
questo vuol dire che puoi fare proprio come se fossi in libreria.
e per una persona come me che, molto spesso, non ha tempo da passare libreria, questo è il paradiso.
oltretutto, così, puoi anche decidere se comprare fisicamente il libro di carta.
vantaggio affatto trascurabile.

detto questo, ripeto ancora una volta:
NON SMETTERÒ MAI DI COMPRARE LIBRI DI CARTA, PENSATE CHE SIA MATTA?
non posso dimenticare il rapporto fisico che si crea con le pagine, l’idea di poter considerare quell’oggetto MIO e di metterlo nella libreria insieme agli altri, l’odore della carta impressa con l’inchiostro, la consistenza dell’oggetto e la gioia di andarlo a prendere per portarlo via con me.
ma che..? oh!

quindi: posso sapere perché continuate ancora a considerarmi una piaga dell’esistenza solo per l’acquisto di un bel regalino per me?
avanti.
facciamoci un esame di coscienza.
grazie.

10 motivi per NON leggere le 50 sfumature.

sono qui per parlare oggi, delle cinquanta e passa sfumature di me-ehm.. vari colori che da un po’ popolano gli scaffali delle librerie e i primi posti delle classifiche letterarie.

mi ero ripromessa di non scrivere banalità sul mio blog e, lo ammetto: scrivere ULTERIORMENTE delle sfumature È mera banalità. mea culpa.
ma non ce la potevo più fare dopo che gente a me molto cara, mi ha chiesto del libro.
milioni di persone l’hanno già fatto, ma io lo faccio per le persone a cui voglio bene. e per me. sì, per me.

devo, però, fare una premessa, che articolerò qui in diversi punti.
1- NON ho letto il libro. mi sono limitata all’esame delle prime pagine che mi hanno immediatamente disgustata. e tediata all’infinito.
mi sono detta, quindi: con tutti i bei libri che la letteratura (attenzione, eh, parlo di LETTERATURA, quella tutta maiuscola. se qualcuno di voi non mi capisce, lo prego VIVAMENTE di farsi un ripasso dei libri di antologia del liceo. così sappiamo di cosa stiamo parlando.) ci mette a disposizione -e con letteratura intendo sia quella antica, che moderna, che contemporanea-, perché dovrei perdere anche solo secondi del mio prezioso tempo a leggere cose che non mi arricchiranno manco un po’, togliendolo a tutti i bellissimi libri che ho da leggere?
2- mi sono comunque debitamente documentata in merito, cercando bene di capire con cosa abbiamo a che fare.
3- non sono qui per esaminare il libro in sé e per sé, ma voglio parlare del fenomeno che ci ha colpiti in pieno facendoci, a mio avviso, parecchio male.
4- lo ammetto: sto a rosicà.
ma non per questo voglio privarmi di esprimere la mia opionione.
insomma, si sa che gli scrittori sono competitivi.
ed è vero che la tizia in questione è riuscita nell’intento che non è riuscito a me (e che forse mai mi riuscirà), di pubblicare dal niente la propria opera prima, grazie solo al favore del pubblico.
ma qui stiamo parlando di pezzetti di cacca chiusi dentro a un paio di sovraccoperte di cartone.
senza falsa modestia, non credo che il mio prodotto sia cacca allo stato brado.
e 120 persone circa possono testimoniare in merito. (chiaro: 120, su milioni di miliardi non sono niente. ma io sono una scrittrice di prodotti di nicchia, chi dice che la nicchia non sia fatta solo di eletti? oh.)
5- io non disdegno il lavoro di nessuno.
sicuramente anche lei avrà sudato per scrivere ciò che ha scritto.
però non ce la posso proprio fà.
per una volta mettiamo da parte i buonismi e tutte le attenzioni del caso, perché voglio esplodere in un mare di parolacce contro tutti i vari boy-writers e girl-writers (da intendersi come “boyband” e “girlband” -per chi non lo sapesse, la maggior parte di tali gruppi musicali sono creati a tavolino apposta per vendere e piacere alla massa di ragazzine in preda a tempeste ormonali).

fatte le dovute premesse, posso passare a elencarvi i 10 motivi per cui NON dovete MAI E POI MAI leggere cotanto scempio (e spreco di carta, di soldi, di tempo, di cervello eccetera eccetera eccetera).
1- la trama del romanzo si potrebbe riassumere così: “studentessa sfigata si innamora di ricco uomo facoltoso che le propone un contratto per fare tutto il sesso estremo che vuole lui. lei è sicura che ci siano radici più profonde alla sua perversione e vorrebbe salvarlo. ma nel frattempo è arrapatissima e quindi trombano come ricci“.
ecco, io non so se avete mai visto un film porno (per piacere non fate i santarellini. TUTTI abbiamo visto un film porno, almeno una volta nella vita) ma, i film porno sono solo un pretesto per vedere un ora e mezza circa di zozzate sessuali varie. non c’è trama e non ce ne frega nemmeno un cavolo della trama.
davvero volete leggere un libro del genere?
se vi interessano le porcate, in edicola ne trovate a pacchi di libri così. forse anche meglio.
2- il sesso non va letto, va FATTO. giuro, gente, ci sono un sacco di modi di farlo e ci vuole solo un po’ di fantasia.
e FIOR di siti che spiegano come fare. voglio dire, non li conosco tutti, ma qualcuno si trova anche ricercando alla cieca, eh.
non siete tutti casalinghe frustrate che non sanno più come fare per ritrovare l’arrapamento. io lo so. ditemi che non lo siete.
a volte basta un giretto in un sexy-shop. il personale, spesso, è qualificato.
3- rimando al punto uno della mia premessa: la LETTERATURA è ben altra cosa da questo.
magari non tutti al liceo l’hanno studiata. magari non tutti sono andati al liceo.
ma sono sicura che, addentrandovi un po’ di più nelle librerie, senza limitarvi a guardare i banchi all’entrata della classifica dei più venduti, vi renderete conto che c’è TUTTO UN MONDO e sì, anche di letteratura erotica. che è molto più delle porcate gratuite di un film porno.
4- lo stile di scrittura è PESSIMO. scialbo e senza personalità.
appunto: nasce come qualcosa di diverso da un libro.
manco un blog.
no, era una fanfiction, pare. (la fan-fiction è una storia scritta da un fan di una serie, un fumetto, un libro che ha gli stessi personaggi ma sviluppa un’altra trama)
e la tizia si è fatta pure aiutare dai lettori a correggere qui e lì.
quindi sappiatelo: non è tutta farina del suo sacco.
mi dicono, inoltre, che i personaggi siano inconsistenti e senza spessore. messi evidentemente lì solo per fare i manichini nelle più svariate posizioni del kama-sutra.
lei ha scritto SOLO un ROMANZO (anzi, facciamo pure tre, per romperci i maroni quanto più possibile). io poi però non sviluppo i miei personaggi, nei miei racconti di UNA PAGINA E MEZZA.
5- non ho alcuna intenzione di dare altri soldi a una che è già ricchissima per i milioni di miliardi di copie che ha venduto.
di certo i miei euri non le servono a incrementare il patrimonio, e nemmeno le tolgo qualcosa, ma a questo punto diventa una questione di principio. NON MI AVRAI MAI, SPORCA RUFFIANA.
6- appunto, per me questa è tutta una ruffianata. è vero che il sesso acchiappa e vende, ma ci vuole anche una certa classe per metterlo nei libri. non spiattellandolo tutto così, come se andassi a comprare un kilo di zucchine al mercato. “vorrei un kilo di porcate, grazie”.
7- dato che anch’io scrivo di sesso, mi hanno paragonata alla buzzicona in questione.
Ragazzi, no.
NO, NO, NO, NO.
non si trattano così le persone.
i miei scritti vengono dal cuore.
i miei scritti saranno pure prodotti di nicchia non destinati all’industria letteraria e i suoi saranno pure mainstream. ma almeno i miei personaggi hanno un’anima e qualcosa di più profondo dietro.
sempre non per tirarmela, ma è come se mi paragonassero a Moccia. NO.
io mi oppongo e mi sento personalmente offesa.
la sto mettendo sul personale? sì. la sto mettendo sul personale.
8- per favore, PER. FAVORE. impedite anche che venga paragonata al fenomeno mondiale che è stato Harry Potter.
perché l’avrà pure superato in termini di numeri.
ma quanto a contenuti siamo anni luce lontani.
voglio dire: J.K. Rowling è assolutamente un fenomeno mainstream. ma oltre ad aver inventato UN MONDO e ad aver scritto una storia piena di simboli emblematici, insegna qualcosa ai bambini.
e tutti la possono leggere appunto, anche i bambini.
voi fareste leggere le 150 sfumature ai ragazzini? non credo.
e poi J.K. ha una voce sull’OXFORD DICTIONARY OF ENGLISH LANGUAGE con il suo nome.
non so se mi spiego.
J.K. passerà comunque alla storia.
anche se non dovesse leggerla più nessuno. (cosa impossibile, a mio avviso)
9- abbassare così il proprio livello di cultura è una brutta, brutta cosa.
voletevi bene, per piacere.
i primi posti delle classifiche letterarie sono stati occupati da gente infima, alla stessa stregua della butrilla.
vedi: Moccia; vedi: Volo; e varie eventuali.
10- non lasciatevi mai abbindolare dai fenomeni letterari che scoppiano all’improvviso come questo.
io lo so che ho un animo da “Bastian Contrario” e non leggo niente che sia da tutti esaltato come fenomeno del momento, perché mi puzza irrimediabilmente di cagata, a meno che non me lo consigli qualcuno che conosco bene e che abbia cuore i miei gusti.
comunque pensate solo questo: la tizia ha un sacco di soldi e le interessava solo questo. vendere.
vi sentite arricchiti ora?

io al vostro posto mi sentirei più povera di una 20ina di euri.

se qualcuno di voi si è sentito insultato, preso in giro, sdegnato e quant’altro da tale mio sfogo,
posso rifarmi scrivendo 10 libri che val la pena leggere e spiegarne il motivo.
ma non dirò MAI che questa qui è una scrittrice.
potessero tagliarmi le corde vocali.

Piccoli Momenti di Autismo pt. 1

avrei voluto cominciare anche questo post con la frase

“ho un problema”

ma poi ci ho pensato bene.
e mi sono detta: Chiara, santo cielo. sarà la settordicesima volta che cominci un post in questo modo. 
poi la gente si stufa.

voglio dire, quei due o tre che ancora mi seguono, in qualche modo me li dovrò pur tenere, no?
smettila, non dire stupidaggini. scriveresti un blog anche se fossi l’unica persona presente sulla terra e dovessi leggerti da sola
non sentite anche voi uno strano ronzio?
no?
mah.
non puoi ignorarmi, sono nella tua testa. loro non sanno che esisto MA TU Sì.
ehm, sì.
dicevo.

siccome a quei due o tre lettori disperati che ho, voglio molto bene (proprio perché sono lo zoccolo duro che mi permette ancora di dare sfogo ai miei assurdi deliri inconcludenti), allora ho pensato a un altro modo di cominciare il post.

poi però non mi veniva in mente niente.
in fondo, sapete.
è vero che anche questo di cui voglio scrivere è un problema.
quindi, diciamo che di problemi ce ne ho un pochino.
facciamo anche un bel po’.

uffa. e va bene.
mi avete scoperto, lo confesso.
faccio collezione di problemi, ok?
e ogni tanto gli do una scorsa per vedere quali ho, quali sono doppi (per scambiarli) e quali mi mancano (per cercare di non trovarli, anche se comunque ,spesso, sono loro a trovare prima me).
poi, quando ne trovo uno che può far abbastanza ridere, mi concedo la libertà di parlarvene.
e dovresti anche pensare che forse a loro non importa una scodella.
sempre il solito ronzio.
ma voi non sentite proprio niente?
no, non sentono. e ricordati di ringraziarli quei due. e che comunque non sono qui a fare gli psicologi.
ci sono degli insetti fastidiosi in questa stanza.
vado a prendere il DDT.

bene, dicevo.
voglio parlarvi di una questione molto complessa che affligge l’umanità: GLI ABBINAMENTI DI COLORE.
ora.
come potrete ben notare, non tutte le persone sono in grado di accostare i colori nel modo giusto.
l’avete notato, no?
certo che l’avete notato.
non avete mai visto gli abomini che le persone sono in grado di creare quando camminate per la strada?
magari fate parte dell’abominio e non lo sapete.
scherzo.
io vi voglio bene.

quindi ho deciso di scrivere un piccolissimo vademecum per evitare che si compiano errori:

1. il BLU e il NERO non si abbinano. a meno che il blu non sia una tonalità di azzurro o un jeans.
2. il ROSSO e il MARRONE non si abbinano. MAI.
3. il ROSSO non si abbina nemmeno col ROSA , col VIOLA, col FUCSIA (e per me nemmeno col VERDE e una discreta quantità di altri colori, ma va bene lo stesso).
4. il MARRONE non dovrebbe essere abbinato nemmeno col NERO, perché, davvero. per quanto il MARRONE che decidiate di usare possa essere un color cuoio, pelle di mucca, d’asino, di maiale o di chi vi pare, lasciatevelo dire: con il nero nun se po’ guardà.
5. ricordatevi di non vestirvi di seimila colori. sebbene alcuni colori vadano molto d’accordo tra loro come, per esempio, il bianco il blu il giallo il verde il rosa e il marrone, non siete comunque giustificati a indossarli TUTTI INSIEME (a meno che non indossiate un vestito molto colorato. a quel punto ve lo concedo).
6. non abbinate MAI MAI MAI, e ripeto: M A I, le RIGHE coi QUADRI; i QUADRI con i POIS; i POIS con le RIGHE, i POIS o le RIGHE o i QUADRi coi FIORI; il LEOPARDATO/ZEBRATO/TIGRATO/MUCCATO/CANATO con QUADRI, POIS, RIGHE , FIORI e quant’altro. se scegliete una fantasia, non vestitevi nemmeno monotematicamente (Es: maglia a righe, pantaloni a righe, calze a righe, gonna a righe e scarpe a righe e borsa a righe. NO!). certe cose bisogna prenderle a piccole dosi.
7. dopo aver letto questo elenco, vi ricordo che io sono autistica, e quindi non prendetevela con me se dico cose troppo estreme, perché è una questione mia e solo mia se non riesco a guardare certe espressioni della personalità altrui.

ecco.
il mio attuale problema è proprio questo.
l’autismo dei colori (e delle fantasie. e dei vestiti in genere).
che, è vero, non è ancora una patologia riconosciuta nel mondo medico.
ma sono sicura che penserete di proporre il suo riconoscimento dopo che avrete capito come stanno le cose.
spiego: per me solo certi colori possono essere abbinati insieme, e solo pochi alla volta. così come le fantasie di vario tipo. sebbene i dettami della moda, a volte, non siano assolutamente d’accordo con me.
ma non importa.
io sono pazza.
per me il nero col blu (o col marrone) è come per un cattolico una bestemmia in faccia al papa.
questo fa sì che io mi senta obbligata ad avere scarpe e accessori sempre e irrimediabilmente abbinati coi miei vestiti.
un esempio: ho presto gli stivali marroni.
ma con gli stivali marroni non mi posso vestire di nero.
quindi devo prendere degli stivali neri.
oppure: vorrei delle scarpe rosse.
ma con le scarpe rosse non va bene la borsa marrone.
e se mi vesto di blu non posso usare la borsa nera.
devo avere una borsa blu!
o ancora: ho un cappotto blu. se uso delle scarpe rosse di certo non posso indossare sciarpa e cappello, che so, beige!
quindi ho assolutamente bisogno di comprare sciarpa e cappello (e guanti anche, magari) blu.
avete capito?
poi mi dicono che spendo un sacco di soldi in vestiti.
PER FORZA!
altrimenti come farei ad andare in giro?
e poi, parliamone: va bene che potrei vestirmi sempre di un colore, ma volete mettere la noia?
no. bisogna cambiare.
capite? se mi crea dei danni a livello fisico e materiale, questa SÌ che è una patologia!
tu hai un solo e unico problema: la paraculaggine. e sei malata di shopping.
MA ANCORA QUEL RONZIO.
bene, sarò costretta a far arieggiare la stanza.
ma prima mi rimetto a voi, cari lettori: pensate davvero che io sia pazza?
sì, lo pensano. 

perché non è certo finito qui il mio autismo.
ah. no no.
dovrei forse parlarvi di una piccola cosa chiamata tipo: passione per LE SCATOLE (e l’ordine). o mania per le PULIZIE DI CASA.
ma ora non è il momento.
posso farlo un’altra volta.
e magari se fossi in voi aspetterei a giudicarmi pazza subito.
forse, dopo, ci sarà più gusto.

altro che gusto. se non stai attenta qualcuno cercherà di farti rinchiudere. per davvero. 

ci sono persone geniali: io, no.

sono alla ricerca di idee.

sapete quando avete il cervello completamente vuoto?
per fare un esempio pratico.
immaginate il deserto. immaginate quei grovigli di arbusti che formano delle palle che il vento spinge qua e là. poi immaginate volare queste palle di arbusti dentro quella porzione di deserto che vi siete immaginati.
ecco.
il mio cervello è così in questo momento.
encefalogramma piatto.

sì, lo so che sto scrivendo e che se non avessi nemmeno mezza idea non starei postando un blog.
LO SO.
ma io sto cercando idee per il mio prossimo libro.
o prossima raccolta di racconti, per la precisione.
e anche per il romanzo.
ma il romanzo verrà dopo la raccolta, certo.

chiaramente, non ho alcuna intenzione di fermarmi.

diciamo che sono in modalità assorbimento.
come se fossi diventata un grosso tampax, interno alla letteratura.
e non so se preoccuparmi o meno di questo fatto di essere rimasta senza idee valide per inventarci qualcosa attorno.
perché è vero che si scrive per curarsi, ma io voglio scrivere anche perché amo farlo.
e così ricerco la fantomatica idea geniale che mi porti a creare qualcosa di valido.

ma niente.
nessuna ispirazione.
non riesco a fare altro che pensare a tutti gli autori che ho letto nella mia vita.
soprattutto a quelli che io reputo geniali.
e farmi venire un sacco di complessi di inferiorità.

cioè, ma voi ci avete mai pensato?
ci avete mai pensato, per esempio, a che dio fosse Conan Doyle? a me non verrebbe mai in mente di creare un personaggio tanto articolato come Sherlock Holmes.
e ci avete mai pensato a che divinità fosse Jane Austen? io non potrei mai descrivere così una storia d’amore.
e boh, un contemporaneo a caso. Niccolò Ammaniti. se leggete “che la festa cominci” è proprio strano che non vi caschi la mascella in terra, con tutte le cose ASSURDE che è riuscito a inventarsi.
o Morozzi, che produce come un assassino e quasi tutte cose belle. invidia allo stato puro.

insomma, in questi casi, come si fa a non sentirsi come se si avesse un braccio, una gamba, una mano in meno?
io mi sento come se mi mancasse una parte di cervello.
quella parte di cervello che partorisce idee geniali.
non è giusto. ecco.

 

PHOTOGRAPHY FOR DUMMIES

in questo ultimo mese ho imparato che:

1- avere in mano una macchina fotografica Reflex, è come avere un’arma.

2- conoscere come funziona una Reflex è come conoscere una lingua a parte.
per farvi un esempio: ISO, esposizione, diaframma, grana, pentaprisma.
ok. ora spiegatemeli.

3- per poter fare UNA e UNA SOLA foto, bisogna conoscere almeno TRE variabili.
ognuna di queste variabili ha innumerevoli sottovariabili.
e per ogni sottovariabile c’è un’altra sottovariabile relativa collegata.
la combinazione delle sottovariabili associabili tra di loro è pressoché infinita (e se non lo è, poco ci manca).
ARGH!
ANF! ANF! ANF!
(dov’è il mio sacchetto di carta per l’iperventilazione? DOV’È???)

4- per maneggiare una Reflex, non dico che devi conoscere bene la matematica e la fisica, ma comunque un’infarinatura serve.
del tipo: equazioni coi logaritmi; principio dei vasi comunicanti; nozioni sulla riflessione e rifrazione; variabili infinite; conoscenze sulla velocità della luce.
insomma, giusto quel poco che studiamo tutti ad un semplice LICEO SCIENTIFICO SPECIALIZZATO.
che io ho fatto, ma.
ora. prendete una come me. in questo caso, me in particolare. guardatemi in faccia. e domandatevi: quanto cazzo ci posso capire io di queste astrusità incomprensibili? ora datevi una risposta. ecco.

5- il consiglio “prendi la macchina e comincia a scattare” è un consiglio totalmente inutile senza che si abbiano precedentemente ben chiari in testa almeno i concetti di
a. regolazione degli ISO
b. apertura e chiusura del diaframma
c. tempi di esposizione
d. conoscenza di come si comporta la luce
(in poche parole: io avevo in mano un tesoro inestimabile e lo usavo quasi come una digitale compatta. MORTE E DEVASTAZIONE SU DI ME. mi vergogno. mi vergogno tanto. vado a fare 5 minuti di castigo.)

6- se non hai qualcuno che ti spiega le cose e non hai intenzione di fare un corso e non pensi nemmeno di metterti a leggere libri sull’argomento, LASCIA PERDERE. NON PRENDERE UNA REFLEX. SONO SOLDI BUTTATI.

7- non è che uno può pensare di svegliarsi una mattina ed essere un fotografo.
chiunque pensi una cosa del genere può andare direttamente a comprare una pistola e spararsi.
o della droga e drogarsi.
o del veleno e avvelenarsi.
oppure darsi all’ippica.
o al collezionismo.
o alla caccia alle farfalle.
o al birdwatching.
insomma: a qualsiasi altra cosa, purché non sia la fotografia con la macchina Reflex.
con amore, ovvio.

8- capire quale incredibile tesoro inestimabile hai tra le mani è una delle cose più meravigliose del mondo.
e soprattutto, sapere finalmente a cosa servono gli ISO, il tempo di esposizione, il bilanciamento del bianco e l’apertura/chiusura del diaframma non ha prezzo.
è come ridare la vista a un cieco.
per giorni ho avuto gli occhi pieni di stelline. e mi sono sentita un piccolo genio.
adesso non fatevi strane idee. non serve un genio. sono solo io che mi monto facilmente la testa. eh. sono fatta così.

9- il problema di sapere come funzionano le lenti diventa molto grave nel momento in cui cominci a desiderarne una nuova e più fica per il tuo corpo macchina verginello.
il problema diventa molto molto grave, soprattutto quando pensi al tuo portafoglio.

con ciò, voglio solo esprimere la mia gioia e la mia impazienza di prendere la macchina e scattare a qualsiasi cosa che si muova.
ma anche che non si muova.
(cominciate a mettere da parte i soldi per natale, mi dovete regalare un obiettivo nuovo <3)

la cieca miracolata.
Tuna

TEORIA DELLO SPAZZOLINO DA DENTI

In questo ultimo mese ho imparato molte cose.
una di queste è la “TEORIA DELLO SPAZZOLINO DA DENTI” che proverò a spiegarvi brevemente e in modo semplice.

tutto parte dalla casa.
dunque.
intanto c’è da dire che andare a vivere da soli comporta non pochi rischi e qualche difficoltà (ma questa è un’altra storia. e se la racconterò lo farò in separata sede e in un separato momento).
accertato questo, ci sono delle considerazioni da fare.
andare a vivere da soli dispone, essendo persone simili a me e al mio modo di vedere le cose, a un certo tipo di disponibilità ad ospitare.
avendo per sé una casa intera, non ci sono problemi a permettere a qualcuno di restare per una notte a dormire.
(una notte o più, questo è arbitrario)
ora, il livello di difficoltà sale, quando oltre a vivere da soli e disporre di un’intera casa tutta per sé, si smette di essere single.
in questo caso è molto probabile cominciare ad avere un ospite fisso, anche per più di un giorno solo a settimana.
perfetto.

ora, è bene ricordare che si può scegliere -ovviamente- se questo ospite fisso debba rimanere tale (ovvero solo un ospite), oppure diventare qualcosa di più (tipo un convivente).
come si decidono certe cose?
ci sono 2 modi per farlo.
1- se ne parla.
il rapporto va avanti un po’ di tempo, l’ospite e l’ospitante stanno bene insieme e decidono di comune accordo di cominciare una convivenza.
2- le cose accadono gradualmente finché è impossibile porvi rimedio.
(e in questo caso non è detto che debba essere per forza una cosa negativa)
o meglio, un rimedio c’è, basta tornare al punto 1.
misurare la gradualità di queste cose è possibile per capire fino a che punto si è arrivati. per farlo, c’è un’unità di misura molto semplice ed efficace, nonché infallibile.

ed è qui che subentra la nostra “TEORIA DELLO SPAZZOLINO DA DENTI”
che è possibile enunciare in questo modo:

«quando vedi che lui/lei comincia a lasciare lo spazzolino in casa tua, è il primo segno di accollo pesante»
(dove la parola ‘accollo’ sta per ‘appoggio pesante e prolungato, senza soluzione di continuità’)

già, perché lo spazzolino sta a significare che:
A- per lui/lei è sempre possibile rimanere da te, dato che ha tutte le possibilità di lavarsi e affrontare nuovamente una giornata senza dover passare prima per casa sua.
B- lui/lei può in qualsiasi luogo, in qualsiasi situazione e in qualsiasi momento, decidere di restare.
C- poco preavviso ti impedisce di prepararti psicologicamente alla cosa, lasciandoti col culo per terra di fronte alle eventualità.
D- questo vuol dire che lui/lei ha preso talmente confidenza con te e la tua casa che la considera quasi come una sua seconda casa, se non come la sua casa stessa.

tutto chiaro?
bene.
perché possiamo andare avanti e chiarire altri punti fondamentali.
sì, perché a volte, questa teoria, non è l’applicazione per la soluzione di un problema; bensì la creazione del problema stesso.

a questo punto è utile farsi delle domande.
siete soli in casa. la vostra casa.
andate in bagno.
guardate lo spazzolino.
selezionate i pensieri che vi vengono in mente e capite quali sono.
• lo spazzolino non vostro nel vostro bagno vi crea panico, ansia, paura, senso di soffocamento, tremolio, gambe molli, colorito verdognolo, orrore, vomito, psicosi, fobie varie, capogiri, voglia di fuggire nel posto più lontano del mondo, voglia di lanciarlo il più lontano possibile?
se la risposta è “sì” fermatevi e respirate.
è chiaro che non siete pronti.
PARLATENE E CHIARITE CON LUI/LEI LE VOSTRE INTENZIONI.
•lo spazzolino in bagno non vi crea alcuna delle situazioni elencate precedentemente.
d’accordo.
non allarmatevi.
anche questo è perfettamente normale.
potete andare al punto 1 e risolvere tutti i vostri dubbi e problemi.
•non vi va bene il punto 1, ma la cosa vi crea un piacevole solletico alla pancia, aria nella testa e sorrisi ebeti?
va bene lo stesso.
continuate così.
può andare bene.