prendere e partire.

dicono che si possa scrivere davvero un libro, solo se ne si ha l’esigenza impellente.
come quando devi andare in bagno a fare pipì dopo aver bevuto un litro e mezzo d’acqua e averla trattenuta tutta prima di un’ecografia pelvica.

(io non so se l’avete fatta mai, ma vi assicuro che è una delle esperienze più mistiche e terribili che si possano fare. non solo cominci a vedere i draghi dopo un po’ che hai la vescica stracolma e non ti permettono di liberarti -soprattutto per una poveretta come me che ne ha una piccolissima-, ma nel dolore e nello sforzo, ti pare, forse, di intravedere il senso della vita, cosa che ti sfugge non appena ti chiamano per cominciare a passarti la sondina imbevuta di vaselina sulla pancia, dato che cominci a vederne un’altra di luce in fondo al tunnel: la possibilità di sfondare la tazza del cesso più vicino con settordicimila litri della tua pipì).

insomma, scrivere un libro non è una cosa che si fa tutti i giorni.
e non è una cosa che si fa così, per dire, perché hai pensato di scrivere un libro dato che lo fanno tutti.

scrivere un libro è un processo che inizia molto prima della scrittura. molto prima di qualsiasi trama o idea dalla quale partire per mettere giù frasi.
scrivere un libro è una cosa che comincia dal profondo di te.
dalle tue esperienze e dalle tue sofferenze.
non tutti, poi, hanno la capacità di trasformare il proprio bagaglio personale in qualcosa di letterario.
non tutti riescono a convertire in carburante narrativo gli stimoli che ricevono dall’esterno, o anche dall’interno di sé stessi.
e non è detto che io, comunque, ne sia capace.

perciò, mi sono detta che per poter scrivere un libro, forse, ci sarebbe bisogno di fare un viaggio.
un vero viaggio.
di quelli che prendi l’aereo e te ne vai via per un periodo più o meno lungo a vedere posti più o meno vuoti.
da solo.
ti fai la tua valigia. ti porti via il tuo blocco di appunti. e magari un libro. (un libro di quelli belli però. che ti accompagni ma ti dia anche l’ispirazione).
una macchina fotografia e tanta pazienza.
magari è proprio questo che ti permetterà di trovare l’idea geniale che ti porterà a scrivere il tuo capolavoro.

certo.
di sicuro un viaggio aiuterebbe.

ma poi ho pensato che, probabilmente, in tutto questo procedimento mentale che mi sono convinta essere il modo per poter fare ciò che voglio, c’è un errore.
l’errore principale che ho trovato, scavando ancora più a fondo dentro la mia testa, è proprio quello della ricerca dell’idea geniale

perché dobbiamo andare in cerca di questa fantomatica genialata?
non è mica detto che una cosa che non ha mai pensato nessuno, sia necessariamente una cosa che vogliono conoscere tutti.
alla fine le intuizioni interessanti possono essere fatte anche su una cosa stupida.
una cosa di tutti i giorni.

perché non si può partire a scrivere un libro da..che ne so? un piatto di pasta?
o un rotolo di carta igienica.
o dalla spesa.
o, perché no? dalle pulizie di casa.

secondo me è possibile.
tutto sta nel rendere DAVVERO INTERESSANTI queste azioni che ci sembrano insignificanti.
e forse, credo io, la vera impellenza dello scrivere sta in questo: rendere vivo qualcosa che ci sembra morto. e quindi: rendere interessante qualcosa che non viene considerato tale.
tutto qui.
perciò non si tratta di trovare l’idea geniale, ma semplicemente di scovare la storia che è nella tua testa, e fare sì che per te sia indispensabile renderla conoscibile al resto del mondo.
prima non l’avevo capito.

ora, quindi, non mi resta che fare i bagagli.
prendere su la mia penna col mio blocchetto.
partire, da sola.
e fotografare tutto quello che nella mia testa non avevo ancora visto e invece c’è.

facile, no?

proprio.

poi quando avrò capito come si farà a rendere tutto questo in un ROMANZO, invece che in una raccolta di racconti (che non vende, è un prodotto difficile, le case editrici non lo prendono e la gente non si fida a comprarlo), magari saprò anche su quale aereo salire.

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