Trilogia del Villaggio di Tuna. Capitolo 3: Drama Queen

La rinascita è una cosa complicata.
Si viene al mondo di nuovo.
Per la seconda volta.
(o per la terza, la quarta, la quinta- insomma, si può rinascere un sacco di volte, per chi non lo sapesse. Anche nella stessa vita, certo.)
e in questo momento si è molto più consapevoli di ciò che si sta affrontando.
Tu stai passando per un buchino stretto stretto stretto, per rivedere la luce.
Perché quella luce la vuoi vedere, hai deciso di farlo.
E hai attraversato un tunnel luuuuungo, lunghiiiissimo. Che sembrava non finire mai. E l’hai attraversato solo perché alla fine ci vedevi una lucina piccola piccola che ti aspettava. E la dovevi assolutamente prendere.
E poi arrivi.
E scopri che la lucina era piccola perché era l’uscita ad essere minuscola.
Che culo, eh? Tutte a te le fortune.
E allora ti dimeni e cerchi di passare, perché non vedi l’ora di uscire.
E, posso assicurarlo: non è per niente una passeggiata. Fa un male diggesù. Tanto che quasi sembra di impazzire.
E ti trovi a dire “ma chi sono? Che cosa faccio? Dove sto andando?”
Va beh. Le solite domande esistenziali a cui quasi nessuno sa rispondere, manco i filosofi che ci hanno sprecato la vita appresso.
Solo che di solito uno non ci pensa a certe cose, dato che sono cose troppo difficili da comprendere, il più delle volte.
Invece, mentre passi da quel buchino piccolo piccolo, non solo senti un male della madonna, ma ti metti anche lì a farti tutte queste domande assurde che ti intorcinano il cervello.
E allora metti fuori il naso, e senti il fresco. E ti piace. E l’aria ha un buon odore.
E quindi tiri fuori anche un occhio e vedi, e la luce c’è davvero.
Poi tiri fuori l’altro occhio. Poi l’orecchio, l’altro orecchio e senti, senti che bel rumore!
Allora un po’ alla volta vieni fuori tutto. E ci sei.
Ci sei all’aria di questo nuovo mondo in cui puoi ricominciare a vivere.
Magari non hai risposto a tutte quelle domande assurde che ti stavi ponendo.
Ma solo perché erano le domande sbagliate. Che non ti servivano in quel momento. E non ti servono neanche adesso.
Ed eccoti qua.
A capire che tutto quel casino, tutte quelle complicazioni, forse te le eri un po’ create da solo perché ti piacciono i drammi.
Quelle cose strappacore e strappalacrime e commoventi e piene di momenti di suspance e di pathos, di climax vertiginosamente ascendenti e pericolosamente discendenti.
Ah. Sì sì. Quanto ti piacciono quelle cose?
Quanto ti piace soffrire e complicarti la vita?
Ma un casino.
Il bello è che non te ne rendi conto nemmeno tu.
Però adesso guardati un po’ intorno.
Eh?
La casa è pulita, e piena dei mobili che servono. Nuovi. (cazzo sì! Ci hai messo una vita ma alla fine li hai montati tutti questi stronzi mobili rompicapo che costano poco e che nessuno ti aiuta ad assemblare perché non hai i soldi per pagarlo. Eh? Bastardi? Avete visto? Ce l’ho fatta da sola! E adesso crepate tutti! sì, lo so. È sempre un’altra storia. Ma ogni tanto c’è bisogno di sfogarsi. Stiamo qui proprio a parlare delle persone drammatiche! E mettiamoci un po’ di drammaticità vera e vissuta, dico io. No?)
Hai buttato tutto quello che non serviva.
E hai un sacco di cose diverse, strane. Nuove.
Tipo: una borsa che porti tu ma che non ha dentro solo le tue cose.
Tipo: la macchina fotografica piena di foto da turista. Anche se nella tua stessa città.
Tipo: metterci la metà del tempo a pulire.
E poi, lì, in un angolo, appoggiata al muro dove è un po’ più comoda, c’è quella cosa.
Quella cosa da cui non sapevi come avresti fatto a staccarti e da cui non sapevi nemmeno SE ti saresti staccato, o se avresti voluto farlo.
Quella cosa che sembrava un problema e invece forse no.
Eccola, sta là, e ti fa ciaociao con la manina.
L’elica dell’aereo che passava di lì volando e che ti aveva sfondato il tetto.
Eccola là.

 

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